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Meneghetti Giovanni detto Gionson (per sempre alpino) di Alessandro Carli
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Venerdì 13 Gennaio 2012
Meneghetti Giovanni detto Gionson (per sempre alpino)

 

 

gionson

 

 

 

 

Romanzo

di Alessandro Carli






“...e col fumare?

Do sigarette al giorno,

una dopo pranso

e una dopo cena...”

 

 

 

- - -

 

 

 

“...a chi nol ghe piase

el vin,

che Dio che cavi

anca l’acqua..”

 

 


- - -

 

 

 

Gionson

 

Si inizia sempre che è notte. Chissà perché. Chissà perché si inizia sempre quando si finisce la scorta dei nonni. Si inizia sempre che mia sorella Lelena entra in camera e dice: “E’ morto il nonno”.

Due, in sei anni. Di nonni andati, dico, e di entrate in camera di mia sorella.

Lelena, con la L in grande, che – nonostante sia nata a Roma – può essere annoverata (ma sub judice) tra il parentado veneto (Lelena è Lelena e non Elena perché a Canove di Roana e un po’ in tutto il Veneto, i nomi si attaccano a tutto, anche agli articoli).

 

C’è sempre un vuoto, quando ci lascia un nonno. Il mio primo nonno – Roberto, canovàto - se n’è andato in agosto, ad Asiago, nell’estate 2003, due mesi prima della mia laurea, o anche tre (era novembre). C’era andato vicino un po’ di volte, poi però ha deciso di scegliere le sue montagne, in un chiusa a panino, molto teatrale per dire… lì era nato, lì è tornato, nonostante avesse pilotato gli aerei da giovane e aveva schincato la morte un sacco di volte che neanche ti immagini - tipo che una volta era su un aereo e l’aereo era venuto giù e del gruppo a bordo si è salvato solo lui -, quel giorno di agosto del 2003 mica ce l’aveva fatta a rimandare l’appuntamento. Chissà se ha preso l’aereo per fare prima, o se ha insellato la sua fedele due ruote a gambe. L’importante è che sia arrivato, in fondo. Per certe destinazioni, non devi per forza essere primo: lì fanno entrare anche gli altri, senza problemi.

L’altro invece – quello che mi ha lasciato a settembre del 2009 – era il nonno Giovanni detto Gionson.

Alpino, dannunziano. Montanaro. Quando è nata mia sorella avevo tre anni, mi ha preso per mano e mi ha fatto camminare per Roma. La sera ha raccontato a mia nonna che avevamo fatto un giretto. Mia nonna ha contato i luoghi che abbiamo visto e ha scoperto che mi aveva fatto fare 10 km a piedi. Un bòcia di 3 anni. La sera era straco come lo possono essere solo i bambini che hanno visitato a piedi la città eterna in un giorno.

 

Se sono quello che sono lo devo anche ai nonni. Una risorsa incredibile, uno scrigno di esperienza e di affetto, di amore. L’ultimo e autentico veicolo identitario che ci è rimasto: quello della loro lingua, il dialetto, usato come lingua colloquiale, di confidenza.

Il nonno Giovanni detto Gionson era detto Gionson non so perché. Però se nel campanello di casa leggi scritto “Casa Gionson – Famiglia Meneghetti” significa che il soprannome è più importante del nome che ti hanno dato, del lavoro che fai, della faccia che porti in giro.

Il nonno Gionson è sempre stato nonno: impossibile pensarlo papà – come in realtà è stato, che sennò mica si nasceva, noi tre nipoti – perché se nasci con la faccia da nonno, non puoi decidere di cambiare il tuo ruolo: sei nonno perché hanno deciso così. E nonno rimani, fino a quando non ti chiamano in cielo, perché in cielo c’è bisogno di nonni. Soprattutto del Gionson: l’hanno chiamato su a dare un’animata alla combriccola, che da quando el Toni Peli se n’era andato in cielo – un uomo mensch, per dirla alla cimbra: uno che saliva in Ortigara a 90 anni come un capretto, e uno che va sul Monte Ortigara a 90 anni senza far pause se non in cima, che in cima aveva sconto col Gionson una bottiglia di Prosecco, significa che ha la gamba – non ha mai smesso di dire al Signore Iddio che c’era bisogno del Gionson, su da quelle parti, che gli alpini si stavano smonando e ci voleva qualcuno in grado di portare allegria.

Perché, su ad Asiago, ‘sti ani, tutto girava intorno a lui.Perché il Gionson aveva un dono: intratteneva. Raccontava storie e aneddoti, tra l’inventato e il vero, sempre in bilico tra una MS e un bianchèto, tra un saluto e una filastrocca. Alcune storie fanno parte della flora e della fauna dell’Altipiano, come le sòche, i mughi, i reperti della Guerra, le brise e le stelle alpine.

C’era quella di quando l’avevano fatto prigioniero durante la Seconda Guerra Mondiale e l’avevano deportato in un campo di concentramento. In un tedesco inventato – forse più cimbro, che il cimbro è tedesco s’ceto – e grazie a un’abilità da prestigiatore, si trasformava in mago e faceva sparire le monetine, davanti agli occhi increduli dei piantoni teutonici. Alcuni lo chiamano culo. Non è esattamente così: è l’arte della sopravvivenza, è la necessità di tirarsi fuori da una morte certa, o un discorso di spirito. O ci nasci, oppure sei spacciato: non è una cosa che ti inventi, che improvvisi. Occorre esercizio, e predisposizione. Ecco, lui era nato così: con la stella, nel 1924. A settembre, che se devi scegliere quando nascere, te scegli settembre, non ci sono storie. Ci puoi anche girare intorno con le dita, ma nascere a settembre significa in qualche modo prolungare l’estate a chi ti ha messo al mondo. Una coda d’estate strana, che l’Italia iniziava già a mettere il vestito nero. Nero, forse, lo era anche il Gionson: vuoi perché ai tempi era così - lo spiega bene anche Luigi Meneghello nel libro “Libera nos a Malo” - vuoi perché il proselitismo del Fascio in qualche modo ammaliava i bòcia asiaghesi. Ora: lui, il Gionson, non era nato ad Asiago. Un alpino ha il dono del passo, così l’hanno messo al mondo a Rosà, un spuo fora Bassano, e gli hanno detto: “Vedi lì davanti? Quello è l’Altopiano. Ganbe in spala, toso: è lì che devi andare”. Facile nascere a 1.000 metri: le vette sono lì. Vuoi mettere partire dal basso? Che il Gionson, dal basso c’è partito davvero, e ad Asiago ci è arrivato giovane e fresco e con i baffetti come Adolfo.

 

 


“Co’ xé guera, xé guera”

 

Lo dicono ancora oggi i vèci dell’Altopiano, quelli che la malattia o l’età non si sono ancora giocati in una partita a scopa. La guerra parte sempre dalla scuola: giovane Balilla, il Gionson, alle medie, si era aggiudicato il primo premio per un tema di cui nemmeno la nonna Alfonsina conosce il contenuto, ma che forse oggi qualche commissario rosso condannerebbe per “apologia al Fascismo”. Almeno così immagino: negli Anni ’30 l’Italia era così, l’educazione era così, la vita era così, la scuola era così, e se ti assegnavano un premio, di certo non era perché avevi scritto un commento positivo sulle teorie inserite nel “Capitale” di Karl Marx.

La guerra del Gionson era iniziata nei banchi di scuola per poi trasferirsi, sotto altro spirito, sull’Altopiano. La guerra del Gionson, che nel frattempo era diventato alpino non era durata molto: l’avevano preso quasi subito, l’avevano messo in un campo di concentramento e poi, in qualche modo, era tornato a casa.

Non ha mai raccontato “quei giorni”. Li ha scritti però, in una lunga lettera, battuta a macchina.

 

 


Ricordo di guerra

 

Chiamato alle armi in piena guerra il giorno 24/08/1943, destinazione II Reggimento Alpini – Battaglione Bassano a Brunico (Bolzano). All’alba del giorno 8 settembre 1943 sveglia improvvisa, seguita di sirene d’allarmi e da un trambusto infernale. Non sapevamo di certo che l’Italia alleata alla Germania di Hitler, avesse chiesto per proprio conto agli alleati l’armistizio, con resa delle ostilità, per cui, da quel momento, il soldato italiano era considerato, a tutti gli effetti, traditore dell’alleato tedesco. Con soli 13 giorni di vita militare, senza esperienza, rimaneva una sola cosa da farsi, cioè il moto “Si salvi chi può”. E così avvenne.

Ci uniamo a tre amici paesani, e consultiamo una cartina topografica per il percorso verso le nostre case e cioè sull’Altopiano di Asiago. Zaini pieni di viveri di emergenza (pagnotte e scatolette di carne) sottratti dal magazzino dei vivere, ed iniziamo la lunga marcia. Dopo due ore, sempre in strade secondarie, dobbiamo attraversare una valle. Siamo scorti da tre persone, che ci danno consigli per l’itinerario più sicuro. Altra ora, poi sulla vallata indicataci, stiamo balzando per l’attraversamento della strada quando, da un muretto, scattano fuori tre militari tedeschi, con a fianco i tre che ci hanno tradito: due uomini e una donna. Quest’ultima poi non reggeva al mio stupito e sprezzante sguardo per la vergognosa azione.

Catturati così, per noi era finita; subito trasportati in una caserma, quindi inviati in campo di concentramento nella lontana città di Amburgo, città colpita da continui bombardamenti. Il comandante chiede se c’è qualcuno che parla qualche lingua straniera. Io, disinvolto, mi faccio avanti, precisando che, oltre all’italiano, conosco il francese e abbastanza il tedesco, che intendevo bene per il fatto che i nostri avi parlavano il cimbro. E’ stata la mia salvezza e la mia fortuna: avevo studiato francese tre anni. Come interprete avevo contatto con il personale dei magazzini “viveri-vestiario”, quindi la possibilità di arrangiarmi con la lettera A maiuscola.

Ora episodi vari. I più significativi e anche curiosi vissuti in prima persona, e che rimarranno incancellabili.

Suona l’allarme per un’incursione aerea. Io quella mattina ero di corvèe nella camerata-baracca. I miei compagni corrono subito nel rifugio che avevamo di emergenza, mentre io che mi trovavo nella parte opposta, non ho il tempo di uscire per quella parte, mentre cominciano a cadere le prime bombe, per cui non mi resta che l’uscita seconda, vicina al rifugio dei prigionieri russi. Scuoto il portone e sento un vocio incomprensibile. Finalmente aprono e scendo coronato da insulti ed eresie. Poi uno scoppio con boato pauroso nei pressi. Per lo spostamento d’aria siamo scaraventati fuori. Scorgo subito, con enorme raccapriccio, cosa rimane del rifugio dei miei compagni di baracca. Un ammasso di residui sassosi, ove noto subito una catasta di poveri resti umani: una visione indescrivibile, straziante, infernale. Eravamo in numero di 30, 29 morti, io solo miracolosamente superstite!

Ora ecco episodi e dettagli vari, sempre inerenti alla sopravvivenza. Il verbo era quindi “arrangiarsi” in tutti i modi. Ecco i più salienti e anche curiosi. Eravamo destinati al recupero, dopo i bombardamenti, di materiale vario, sepolto nelle macerie: schierati nella zona interessata, passavano spesso donne. Trovavo modo, con massima cautela, di sussurrare ovviamente in tedesco “Frau, pite ain pizze brot” (che sarebbe un po’ di pane) o “Bitte maghen prot” (prego buono pane). Questa mi fissava e accennava che aveva capito: io allora non la perdevo d’occhio, fin tanto che un po’ lontana, si girava con qualche accenno. Dopo un po’, io mi avvicinavo al posto e rinvenivo con qualche pagnotta di pane, oppure piccoli tagliandi per acquistare dello stesso, un po’ coperti con qualche mattone.

Altro episodio. La guardia tedesca, verso le 11, dava un breve riposo e, all’ordine di “pausen, albe ua (mezza ora), si ritirava e con discrezione si ritirava un po’ per farsi il suo spuntino mattutino; io mi collocavo nelle vicinanze per farmi notare, facendo qualche giochetto di prestigio; più volte la guardia incuriosita si avvicinava con queste parole: “Vas mache tu? (che sarebbe cosa fai?). gioco. Lui, incuriosito, aggiungeva: a me non la fai. Ecco la mia proposta! Io sono sicuro che te la faccio e proponevo: “Se te la faccio tu dare a me fetta di pane”. E lui sicuro accettava, e lui ci cascava dentro e, leale, mi passava quanto stabilito, aggiungendo però che io gli insegnassi il trucco. Altra mia proposta: io insegnare sì, però in questo caso, tu dare a me tutto il filone di pane, portandomelo anche domani. Gli insegnavo le modalità e lui, entusiasta, rispettava quanto stabilito.

Ed era un particolare incredibile ma vero nella sua drammaticità e funesta realtà, da inserire ed in riferimento al summenzionato bombardamento subito l’ultimo giorno dell’anno, 31.12.1944. verso il giorno 25 dicembre del ’44, in una pausa di lavoro, l’amico Vellar Aldo (eravamo come fratelli) di confida quanto segue: “Sai Gionson, questa notte in seguito a un brutto sogno, mi sono svegliato di soprassalto. Ieri, come ti avevo detto, mia madre, nella lettera consegnatami, mi ha scritto che si era insognata che ero deceduto sotto il bombardamento esattamente l’ultimo giorno dell’anno. Così mi ha preso un’agitazione incredibile”. Io, per rincuorarlo, gli ho precisato quanto segue: “Sai, Aldo, uno che in sogno il morto porta il vivo e poi al 31 dicembre mancano ancora cinque giorni, dunque stai tranquillo”. Non mi sento di aggiungere altro. Un episodio veramente sconvolgente nella sua drammaticità e realtà.

Il giorno 24 aprile, la fine della guerra. Gli alleati ci hanno liberato, ed in attesa del rientro, sono passati altri quattro mesi. Io, sempre come interprete, avevo la possibilità di accedere ai magazzini vestiario e viveri. Aggiungo: la vera prigionia era finita anche perché ci avevano concesso regolare libera uscita alla sera: alle 8 alle 10.30. Io approfittavo di tale libertà e mi facevo notare da qualche ragazza. Poi finalmente un’avventura amorosa di lunga durata. Amoreggiavo con una ragazza, tale Tamara Grell, oriunda dell’Estonia. Io, in quel periodo, le portavo di tutto, come viveri e vestiario. Un episodio buffo: in 30 giorni ho cambiato 30 camicie. Nuove. Poi, finalmente, la fine e il rientro tanto atteso e sospirato. Con la fidanzatina Tamara Grell ho tenuto corrispondenza per un bel po’. Le ho inviato dall’Italia un pacco di viveri. Poi, piano piano, con il tempo, i nuovi contatti affettivi, divertimenti, gite e altro, si è steso un definitivo velo sulle mie personali avventure e disavventure, della mia personale vita militare.

 

La sua vera guerra però non è terminata nel 1945, anzi. Nel 1945 è iniziata, ma senza armi né spari: cappello da alpino, pantaloni di velluto alla zuava, camicia di flanella scozzese che trava sul rosso, alpenstock (o più comunemente un bastone da montagna in legno, trovato in bosco, portato a casa, levigato e rimesso in uso per accompagnare le scalate) e zaino. La guerra del Gionson è stata, per 50 anni, così: ha camminato nei luoghi sacri delle battaglie, in silenzio, per andare a far visita chi aveva sacrificato la propria vita per la libertà, con quella forma di rispetto che solo gli alpini hanno quando camminano. Conosceva ogni sasso delle sue montagne. Ogni albero. Ogni soffio di vento. Ogni movimento del bosco.

Ogni lapide improvvisata, annunciata da un cumulo di sassi bianchi. Dietro ogni lapide, un morto, dietro ogni morto, una storia, unica. Dietro ogni storia unica, il rispetto per chi ha perso un amico.

Di amici, su in montagna, il Gionson ne ha incontrati tanti. Uno è finito anche sul Corriere della Sera.

 

 

 

Esercitazioni d’artiglieria

(Corriere della Sera, 2 dicembre 1971)

 

Sull’altopiano di Asiago, reparti militari effettuano varie esercitazioni con tiro a proietto, con poligoni che vengono posti a seconda delle esigenze, nella zona montuosa che va da monte Portule a monte Caldiera, comprendente il monte Ortigara, Cima Lozze, Zingarella, Cima Zebio Pastorile e monte Colombara. Si rimane sconcertati nel constatare che queste esercitazioni d’artiglieria avvengono in luoghi così ricchi di memorie della prima guerra mondiale. A seguito dello scoppio di un proiettile durante un’esercitazione, in località Colombara sono venuti alla luce alcuni poveri resti umani che il sottoscritto ha pietosamente recuperato e consegnato poi alla direzione del sacrario militare di Asiago: i resti appartenevano a due gloriosi alpini purtroppo ignoti. Lascio ogni commento ad altri.

Giovanni Meneghetti (Gallio – Vicenza)

 

 

 

Su in Ortigara

 

“Nonno, qual è la tua montagna preferita?”. Non rispondeva – domanda sciocca – ma guardava l’Ortigara. In Ortigara ci arrivi partendo da Piazzale Lozze. E’ la montagna sacra per gli alpini, supera i 2.000, e ha rapito molte vite.

Mi ha portato che avevo 15 anni, nel 1990. C’era anche il Toni Peli. Un’ora di cammino. Poche parole e molti gesti. Gli alpini amano gli scherzi, e hanno le loro abitudini, se non vogliamo usare la parola “riti”. Il primo, già in cima alla montagna: il Toni Peli nasconde il cappello da alpino al Gionson, che attacca a sacramentare. Il Gionson cerca il suo copricapo piumato, il Toni Peli ride, con quel modo di ridere – bellissimo- che hanno gli alpini quando il freddo e il vento ti taglia la faccia e ti lascia rughe profonde come ferite rosa. E’ incredibile il rispetto che i turisti della domenica hanno per quella piuma: chiunque incontri nella camminata, saluta piano, tra i denti, e si inchina. Una domanda, un sorriso. Gli alpini rispondono solo con un sorriso: sanno quanto è prezioso il fiato, quando sali. Sanno il valore del silenzio, perché lì, sottoterra, ci sono ancora i morti, e non li devi disturbare.

Il secondo dispetto è una sfida di memoria. Loro – il Gionson e il Toni Peli – tutti gli anni mettevano una bottiglia di prosecco in fresco, dentro qualche buca. E l’anno dopo, quando tornavano in Ortigara, dovevano indovinare il luogo esatto. Il Toni Peli – 90 anni battuti – riusciva con un colpo di magia a spostare il prosecco. Il Gionson si metteva a cercarla: “Sacramenti – diceva, ed era forse l’unica parola che pronunciava quando camminava – l’avevo messa qua”. Chiaro che poi riappariva, la bottiglia, e finiva, velocemente. Guai a togliere il vino agli alpini: un zaleto (uno della pianura) una volta aveva rotto una bottiglia su in Bocchetta Portule. Un alpino, guardando la scena, scosse la testa. Perché loro, gli alpini, parlano solo all’osteria, davanti agli amici. Il resto, lo affidano allo sguardo e ai gesti. Lame, picconate, punte di alpenstock. Roba che potrebbe anche allontanarti per sempre dalle montagne, se sei solo un po’ sensibile.

 

 

 

Vino

 

“In vino veritas” dicevano i romani antichi. Un motto che non vale – sempre – per i camminatori dell’Altopiano. Più del vino infatti può il formaggio.

“I me ciava sul vin ma no sul formaio” diceva il Gionson a tavola, ma anche in giro. Perché se il vino può essere inteso anche da altra gente – i sommelier sono fatti per questo – non esiste ancora un degustatore laureato in formaggi da alpeggio. Formaggio di Asiago, chiaramente, con una concessione al Vèzzena, che è sempre formaggio veneto ma che strizza l’occhio già al Trentino. Gli alpini mangiano formaggio, campano oltre gli 80 anni, in barba al colesterolo. Mangiano pane e soppressa, salame con l’aglio, Asiago. Anche insieme, perché loro non conoscono le teorie della dissociazione alimentare, e in altura hai bisogno di energia. Non esistono alpini in sovrappeso. Nonostante l’alimentazione, le frequentazioni nelle osterie – luoghi di racconti inverosimili, luoghi in cui i maestri fungaioli, quelli che vanno a funghi, danno il meglio di sé – e i grassi, hanno il metabolismo da alpini: tutto entra e tutto esce, senza lasciare traccia. Perché su in montagna, devi avere gambe buone, fiato da mezzofondista e pochi pesi superflui.

Mangiano l’Asiago, in montagna. Quello fresco, di solito, che quello stravecchio fa spissa ai zanoci e lo devi ammorbidire con la polenta, la sera. Lo stravecchio – o stagionato – non funziona sopra i 2.000 metri: non è l’alimento giusto. E se lo dicono loro, gli devi credere. In montagna, quando cammini, puoi mangiare solo l’Asiago fresco.

 

 

 

L’Asiago senza genitori

 

Il Gionson aveva la sua scala dei formaggi, a tavola. Piccoli tochi, non grandi. Il coltello affondava nel formaggio in maniera verticale, senza muoversi come sega: il formaggio va tagliato, non potato.

Non è un albero: è un derivato del latte. E va rispettato. Ci vuole polso, fermezza, e una traiettoria che è costante fino quando la lama incontra la crosta e fa una lieve curva. L’Asiago – credo che sulla sua tavola non sia mai stato ospitato un formaggio diverso – ha le sue gradazioni, e si fa accompagnare dal pane. Bocconi misurati, lenti. Le papille gustative lavorano e dopo aver inghiottito la sclesa, il responso. Che non è mai immediato: il Gionson – ma in fondo tutti gli alpini – meditano, etichettano, classificano, paragonano. E dopo aver passato in rassegna i retrogusti di tutte le forme di Asiago mangiato dalla nascita, parlano. Danno un voto, in numeri. “Sìe meno”, nel loro linguaggio, è una bocciatura. Un Asiago da “sei meno” lo dai ai turisti, non a loro. Lo sanno in paese, nei negozi degli alimentari: se entra un alpino, mai darghe na ciavada.

Per il Gionson “sei meno” era una grave insufficienza, che colpiva le vacche al pascolo, i malgari e chi gli aveva venduto il formaggio. Ancora peggio quando, da un’analisi fatta con lo sguardo sul colore dell’Asiago, intuiva il sapore: “I ghe ga cavà so mare e anca so pare”.

Era il peggior rimprovero che potesse subire un pezzo di Asiago: Asiago orfano di genitori, verrebbe da tradurre in italiano. In realtà, in dialetto, le sfumature sono molteplici: è un giudizio che supera le qualità organolettiche del cibo. E’ una sentenza che non può ricorrere in appello. Senza papà né mamma, il formaggio era destinato a non avere futuro. Nemmeno in pancia.

Un formaggio da “Nove più” (la o va chiusa molto) è un formaggio che potrebbe essere il biglietto da visita per una Regione come quella del Veneto: il Gionson ha dato spesso voti alti, anche perché il formaggio, prima di entrare in casa sua, doveva passare l’esame della vista. “Troppo bianco”. “Nol savarà de gnente”.

A tavola, ma anche prima dai tosi che gli vendevano l’Asiago, tutti pendevano dalle sue labbra.

Il silenzio è sempre lungo, i questi momenti. L’alpino, davanti al formaggio, diventa un oracolo: dal suo responso si può decidere la sorte di una mucca, l’andamento della passeggiata della domenica, l’unità familiare, la riuscita di un matrimonio.

Le donne – le mogli – devono saper fare due cose bene: essere nète (la donna onta non è rispettabile) e tèndare la casa, con quel che ne consegue. La bellezza, nelle donne di montagna, non è una priorità: è più importante essere ben educate, e pulite. Tèndare la casa è più di un impegno: la nonna Alfonsina, in questo, è stata maestra a tal punto che il nonno, ormai in fin di vita, ha sempre confermato la bravura della moglie in questa pratica difficile. Tèndare la casa significa essere brave mogli, madri attente e angeli domestici. Guai a sbagliare sul formaggio, e le mogli lo sanno: l’Asiago va sempre assaggiato prima dell’acquisto perché ogni pezza è sempre diversa una dall’altra. Mettere in tavola un Asiago scarso può rovinare la reputazione di una donna.

 

La tavola è l’intermezzo che stacca il tempo dell’osteria. Prima e dopo pranzo, ma anche prima di andare in montagna, gli alpini – e con loro il Gionson – vanno a farsi un bianco.

 

 

 

L’osteria

 

Il bianco si beve al bar. Mai a casa di amici: solo al bar. Il bianco – il bicchiere di Prosecco – è la prova concreta che sei diventato adulto: se ti offrono un bianco, sei un mensch. Se ti chiedono cosa vuoi – o ancora peggio, ti ordinano un’aranciata – significa che non sei ancora diventato adulto. E davanti al quel bianco ho perso la mia giovinezza. Io, Lelena e il cugino Gabriele: i tre ‘popi’. A ammirare quei calici trasparenti e alti. A vedere arrivare a casa il nonno con l’ovetto di cioccolata della Kinder. Per anni. Gli anni più buoni: quelli di quando sei piccolo quelli di quando hai la fortuna di avere un nonno che ritorna a casa, la sera, con un regalino. Lo sapevamo bene che aveva le uova di cioccolata nelle mani, io e Lelena. Però ogni volta era una festa, e ogni volta la mia sorpresina era più bella di quella di mia sorella.

Ed è stato probabilmente all’osteria - o più semplicemente al bar, e molto facilmente in un 25 aprile, a sera tarda - che ha composto le parole del vero inno nazionale italiano.

 

 

 

Croroforo Cristombo

 

Il Gionson fu anche un illuminato compositore di poesie e musiche. Tra i vertici della sua produzione, merita un ricordo quella che, se le cose fossero andate diversamente, oggi verrebbe riconosciuta a livello mondiale.

Il Gionson infatti scrisse l’inno nazionale italiano, superando di slancio i rigidi dogmi che la metrica imponeva: versi liberi ma precisi. Una fotografia istantanea e profonda della storia che ha portato alla crescita dello Stivale, ma allo stesso tempo un omaggio a un grandissimo navigatore: Croroforo Cristombo.

 

Croroforo Cristombo nacque a Comacchio da genitori poveri sì ma delinquenti.

Fin da bambino ebbe la mania di scomericare: ora scomericava la pentola dei fagioli, ora la casseruola dei soldi, ora la serva prima di andare a letto.

Un bel giorno però scoperticò una bella ragazza, si innamorò, si fidanzò ma dopo averla sposata si accorse che lei lo stava incornando con un bel sergente dei pompieri (e qui il Gionson faceva sempre il gesto con la mano, a mo’ di pompa, su e giù). Allora Croroforo Cristombo chiese il divorzio, l’ottenne e disse: “Ora che sono solo, scoperticherò l’America che era lontana assai, ci andrò in automobile oppure in tramvai?

Cavalcò le acque di Fiuggi, di Montecatini e della Val d’Assa e si incontrò con Giuseppe Garibaldi, che stava cavalcando la Manica.

Era l’anno di grazie millequattrocentodiciasèi quando il potente Caracolla, sindaco di Gorgonzola, venuto espressamente dal Giappone, trovava Bartali, Binda, Guerra e Girardengo, nonché Nuvolari che seguiva a ruota.

L’equipaggio però si ribellava perché voleva le otto ore al giorno e il sabato fassista (sì, con due s). Venne però il giorno che Croroforo Cristombo, affacciatosi al finestrino della sua caravella, vide in lontananza un uccello che aveva un albero in bocca. Allora Croroforo Cristombo pensò: “Ci siamo. Dove c’è l’uccello ci sarà ben l’uomo”. Allora rivoltosi all’equipaggio gridò: “Ragazzi miei la terra è trovata” e l’America fu così scoperticata.

Capo decimoquarto secondo Gionson

 

Un inno che toccò le corde dei più intimi amici e parenti che, piangendo vino, si complimentarono vivamente col Gionson per la grande sintesi della storia d’Italia: in pochi versi, quasi 500 anni di vicende, amarcord, imprese e verità. Troviamo infatti, nell’incipit, la bellissima Comacchio, con i suoi tre ponti e le sue anguille; uno dei cibi tradizionali del nord Italia (la pentola coi fagioli), la vecchia Italia della serva – angelo del focolare, cherubino dei fornelli, nave-maestra delle prime e nascosta pratiche amorose del giovane navigatore – e i vizietti del Belpaese. La moglie di Croroforo infatti era roia, e andava col pompiere (omen nomen sussurravano i latini), in barba al povero Croroforo.

Strepitoso l’inciso sul divorzio (siamo nel 1970), che fa da cerniera alla rivoluzione industriale (auto e tranvai) per poi lanciarsi verso l’America. Con un lazzo poetico e geografico, il Gionson collega Fiuggi e Montecatini, senza mai scordare un omaggio all’Altopiano di Asiago (la Val d’Assa, tra Canove e Roana). Ricrea, in una strofa, lo storico incontro – avvenuto sulla Manica, tra Calais e le coste sud dell’Inghilterra – tra Cristombo e Giuseppe Garibaldi poi virare, in maniera decisa e fulminante, in un avvicinamento semantico di cristallina intensità: escono così “il sindaco Caracolla” (da recenti studi filologici dovrebbe trattarsi del fratello segreto di Caracalla, nato fuori dal matrimonio, mandato a Gorgonzola in esilio affinché - a causa dell’odore che emanava dai piedi - potesse dare quel caratteristico profumo al formaggio) che era di ritorno dal Giappone, la città lombarda e l’amore per l’Italia dei pedali. Senza riprendere fiato - sulla strada immaginifica del Gionson -,Bartali, Binda, Guerra e Girardengo (secondo fonti non confermate, Luigi Grechi, fratello di Francesco De Gregori, dopo aver sentito il Gionson recitare la poesia, scrisse “Il bandito e il campione” senza per questo mai rivelare la fonte di ispirazione), seguiti da Tazio Nuvolari (stesso discorso fatto per Grechi: una volta Lucio Dalla venne a Rimini e, per caso, si imbattè nel Gionson, in un bar verso via Tripoli.

Dopo questo fortuito e unico incontro, compose la canzone “Nuvolari” e “Il motore del 2000”) correvano assieme. A stretto giro di posta, il Gionson torna alla sua infanzia (“Otto ore al giorno e sabato fascista”) per trasformarsi, in meno di un respiro, in un novello Noè: dalla nave, scorge un volatile che trattiene nel becco un albero.

Qui, la pennellata poetica e goliardica, quasi a voler alleggerire il lungo viaggio: dove c’è un uccello, c’è pur sempre un uomo.

Accadde però che nella illuminata commissione valutatrice – “Croroforo Cristombo” e “Fratelli d’Italia” arrivarono alla finalissima – vennero scelti, nelle vesti di presidenti giurati, Luigi Grechi, Francesco De Gregari e Lucio Dalla. Che, per non essere accusati di plagio, votarono compatti per Mameli.

Il Gionson non se la ebbe: saputa la sconfitta, andò al Bar Commercio di Crespano del Grappa, ordinò tre prosecchi – che si sparò in gola a piombo – e, udita l’esecuzione del componimento del Goffredo, apostrofò la o accentata de “l’Italia chiamò” con una pioppa che raggiunse alla perfezione la stessa estensione della nota dell’Inno.

 

 

 

Domenega: minestra de brodo

 

Il Gionson, educato come si educava ‘sti ani, non cucinava mai. Però santificava il giorno dedicato al Signore con una minestra di brodo. Delicata e speciale, da nove più. La ricetta è ancor oggi segreta, e probabilmente anche la nonna Alfonsina non la conosce. Faceva solo la minestra la domenica a pranzo, il Gionson. A tappe però. Prima sosta: bar e prosecco. Seconda sosta: uguale. Terza: uguale ancora.

Quando il bianco era al punto giusto, il nonno si chiudeva in cucina e iniziava a mettere dentro i suoi ingredienti. Di certo c’era la carne di gallina, e anche altra carne. “Ghe dà più sapore” diceva. La preparazione iniziava nella sua mente già il sabato. Poi la domenica mattina, dopo essersi caricato per bene, iniziava la danza magica delle cose da mettere dentro.

Gli ingredienti sono – ancora oggi - a me celati. Però in questi anni ne abbiamo parlato, noi della terza generazione: io, Lelena e il cugino Gabriele. Tutti e tre sicuri che dentro c’era un po’ di vino, le discussioni hanno sempre riguardato il resto. Concordi che metteva dentro qualche cosa che aveva in casa e che la nonna Titina aveva messo in qualche cantòn, vi erano alcune zone d’ombra.

Primo: el formaio. Da grande sommelier dei formaggi d’alpeggio (tradizione che porto avanti con orgoglio assieme a Gabriele), qualche avanzo lo buttava in pentola. A naso però: na s’cianta de questo, na branchinela de staltro. Così, a occhio e senza bilancia. Ci si regola così, se hai fatto la guerra: l’importante è che alla fine, in tola, il cibo sia gustoso. Formaggio Asiago, ma anche le croste o il grana. I formaggi di pecora non sono mai entrati in casa sua: non hanno il passaporto asiaghese, e quindi stavano fuori dalla sua porta.

Secondo: verdura. Ma non quella tradizionale, chiaro: quelle che portava a casa per sbaglio dai suoi giri in montagna. Erbe miste, forse verdure ma forse anche no. Quelle che rimanevano attaccate ai suoi scarponi, o avvinghiate alle sòche. Commestibili però. Forse. O quella che tirava su dall’orto, o che catava in giro, o che gli regalavano quando andava a zappare le piccole terre dei vicini. Tutte dentro e tutte insieme, che magari una stempera l’altra e siamo tutti contenti.

Terzo: sclèse de sòche. Di questo sono sicuro: ogni tanto nel piatto galleggiavano strane zatterine picenine, ma soprattutto marroni. Tòchi de legno al 100%, però noi, per non dargli dispiacere o per non dirgli che sapevamo cosa metteva dentro, mangiavamo e tuti sìti.

Però rimanevano in bocca per tutto il pomeriggio, tra i denti, e noi – divenuti grandi – le strozzavamo con do spriss maciai all’aperol.

 

 

 

Le soche

 

“Iovanni, co gheto portà casa?” tuonava sempre la nonna Titina quando il Gionson tornava dalle sue passeggiate. “Sòche” diceva. Sòche. Che non sono semplici pezzi di legno. Cioè: la legna va nella stufa per riscaldare l’inverno. Le sòche servono per scaldare il cuore.

Le sòche sono ceppi di legno che il Gionson catava in volta. Arrivava dentro casa con alcuni rami dalla forma indefinita, con radici caravaggesche, con dita di albero dall’aspetto inquietante e poliforme. Eppure lui, il Gionson, quando le aveva catate in giro, lì per lì, ci aveva visto qualcosa.

Nelle ore più impensabili andava “di sotto”, nel suo laboratorio segreto, un luogo in cui si radunavano, con un ordine da gatto certosino, i palloni da calcio bucati, le bottiglie di acqua minerale (una mi è rimasta nella mano: a tre anni mi sono inganberato sui gradini e ancora adesso, sul palmo della mia mano sinistra, ci sono tre stelle, tre punti, senza virgole e senza aste né tondi), il presepio di Natale, i reperti della guerra, i fossili, le bottiglie (tante) di vino, le seghe, i martelli, le raspe, i cioi, le tenaglie, i rottami di biciclette, i pezzi di motorini a due ruote di marche illeggibili. E le sòche.

Ci lavorava minuti o ore o mesi, e poi, tronfio, usciva dal di sotto con la sua nuova opera d’arte. La nonna Titina lo guardava e gli chiedeva: “Co’ xelo?”. E lui, di volta in volta, “un posafiori”, “un Cristo”, “un bastòn”, “una foglia”, “una cornice”, “un uomo”.

Il posafiori, che sarebbe una fioriera, è ancora piantato sul terrazzo della casa Meneghetti.

Non sbagliava mai a intagliare il legno, il Gionson. Ogni volta che tornava dalla montagna, portava a casa le sòche. Le caricava dentro la macchina – prima il Maggiolone azzurro, poi dentro una Opel Kadett color rosso ma spento, slavà, infine nella Panda Rossa – e poi le portava a casa. Lo sentivi arrivare dalla strada: entrava nella via di casa in prima, e in prima parcheggiava. Così, per 15 anni. La Panda si è fatta 30 mila km in 15 anni dovendo affrontare la via di casa sempre in prima marcia.

Poi, parcheggiata che la gaveva, la apriva. Dentro c’era di tutto: sòche, fossili, pigne di mugo, bastoni da montagna, calzini, scarponi. Le sòche finivano direttamente sul suo tavolo di lavoro e da lì uscivano – spesso dopo mesi – dopo aver assunto forme indecifrabili. Ci stava sopra con la raspa e con i cacciavite, e intagliava questi ceppi, li puliva. Perché lui, su in montagna, aveva visto qualcosa di magico, in quell’ammasso di legno senza forma né dignità.

Ci aveva visto qualcosa di artistico, da tirare fuori. Molte sòche sono ancora a casa della nonna Alfonsina – e da lì non si sposteranno: fanno parte della ‘Famiglia Meneghetti’ a tutti gli affetti, come i ‘popi’ – e altre invece sono state vendute a Venezia, nella seconda metà degli anni ’80. Ha fatto anche una mostra, il Gionson, al Circolo Sottoufficiali di Venezia, in Riva degli Schiavoni. Lui e le sue sòche. Chissà se aveva un titolo, quella mostra. Per me no: non aveva nome. Oppure sì: ‘Le sòche del Gionson’.

Le sue opere prendevano a piene mani da Modigliani. Ma l’ho scoperto molto dopo, questa vicinanza. Solo che Modì pitturava, lui invece era come Giuseppe, e intagliava il legno, e faceva delle figure con corpi esili e colli lunghi, e braccia lunghe, e gambe lunghe. Chissà se i suoi personaggi sapevano andare in montagna. Chissà che passo avevano, se si vestivano anche loro da alpini. Ci ho pensato spesso, ma poi il verde delle montagne finisce sempre con una cima, un cielo, un sasso. Sempre.

 

Ho ancora due opere del Gionson.

Un bastone (a Canove) e un quadro (a Rimini).

Un bastone - una delle sue specialità - ha accompagnato anche i miei successivi tentativi di salire in Ortigara. Nella casa di Canove di Roana, all’interno di un secchiello portaombrelli, riposa un bastone del Gionson. Nel mese di maggio, è diventata usanza festeggiare il compleanno dell’amico Slight proprio a Canove: si parte da Rimini in sei - il capocasa, il festeggiato, Barsia, Brunello, Filo e Gigio - e, sulle note di “Bisanzio” di Guccini sino al Po, poi Radio Cooperativa di Padova finché si sente, si percorre Rimini-Bologna-Padova-Valdastico sino a Piovene Rocchette (o, come diceva il Gionson, sino a Piovette Rocchelle) e poi si fa il “Costo”, 10 tornanti che portano sull’Altopiano.

In tre anni, tre tentativi di raggiungere l’Ortigara. Tre tentativi falliti causa neve incontrata sia dopo Melette (dopo Gallio) che in Marcesina. Sempre col bastone del Gionson nel bagagliaio, totem e bussola per vincere la sfida del meteo. Sfida sempre persa però, forse perché il bastone, per funzionare e fare il suo dovere, si carbura a prosecco, mentre noi sei continuiamo a sperare che si metta in moto a spriss presi e bevuti al bar Sgrebani’s di Canove. Il bastone è nato a vino bianco, non a vino mescolato con l’aperol, la fetta di arancia o il chicco di caffè tostato (lo spriss coa moschéta) e l’aggiunta di acqua. La prossima volta, cambieremo benzina. Oppure montiamo le catene alle ruote dell’automobile.

 

Per le scale di casa a Rimini invece, il ricordo di Asiago, con una pigna, un legno, due pietre e poco altro.

Non occorrono immagini, quando a parlare di un luogo si chiede in prestito a Madre Natura le sue lacrime di sasso.

 

 

 

Sòttarolle

 

Il mistero di come Meneghetti Giovanni amasse l’acqua del mare mi venne svelato in età presta. Il Gionson infatti era un campione di questa specialità che – a quanto pare – è al vaglio dei vertici delle Olimpiadi estive: la gara di sòttarolle stava per essere ufficialmente introdotta come disciplina olimpica quando Enzo Maiorca si oppose fermamente. Dietro il niet, un fatto di cronaca che non ha trovato spazio sui giornali dell’Altopiano di Asiago.

La sòttarolla (che si pronuncia con tre t, la seconda o molto chiusa e la triplicazione dei pani, dei pesci, del vino e delle elle) assomiglia all’immersione. Una specie di gara di apnea, che ha regole ben precise e che gli studiosi stanno cercando di portare in superficie.

Per fare una sòttarolla bisogna andare al mare e immergersi. Ma mentre l’immersione propriamente detta si fa trattenendo il fiato, la sòttarolla prevede l’espulsione rabbiosa dell’aria che riempie i polmoni.

Il Gionson era un campione non medagliato di sottarolle. Quando veniva al mare al Lido di Venezia, alla spiaggia militare, il panico si diffondeva tra i bagnanti mentre i ragazzi del bar sorridevano, sicuri che nella cassa sarebbero entrati un po’ di schei.

Perché la preparazione e lo stretching per effettuare una sòttarolla a regola d’arte, partiva dal bar. Un paio di ore prima. Tre bianchi senza noccioline né patatine, la discesa verso il bagnasciuga, l’entrata in acqua, lo sguardo verso l’infinito. Costume a slip, ma ascellare (i più maliziosi dicevano che dentro le mudande, oltre al capufficio, c’era una bombola d’aria nascosta. Teoria naufragata in breve) e iniziava il contatto. Il Gionson si levava il cappello e la canottiera, tastava l’acqua, l’annusava ma senza berla (“Sennò si annacqua il vino” sentenziava) e poi andava sotto. Da fuori, pareva che lì sotto ci fosse Moby Dick: il pelo del mare iniziava incresparsi, poi faceva le bolle, poi via una zampillo altissimo, come un geyser.

Impossibile avvicinarsi: rischiavi di cadere in preda ai fumi alcolici del prosecco. Una volta un gabbiano, pensando che ci fosse del pesce lì sotto, ha effettuato un volo a distanza di tre metri. L’hanno ritrovato a pancia all’insù, 200 metri più avanti, con l’occhio mozzo. Ai tempi non esisteva il Lipu (sennò il Gionson avrebbe passato più tempo in tribunale che al bar), però fortunatamente alcuni bagnini l’hanno raccattato e l’hanno portato al bar. Ancora adesso è lì che saluta i visitatori e, quando serve, col becco dà una mano in cucina ad aprire le scatolette. Ma non si avvicina al vino. Cosa che il Gionson non avrebbe mai approvato.

 

Le sottarolle non hanno regole scritte. Cioè: ce n’è una sola, ufficiale. Regola ungile, unica: mai fare le sòttarolle se c’è afa o il sole che s’cioca. Il rischio concreto è quello di andare in aceto. La temperatura ottimale, almeno per Meneghetti Giovanni detto Gionson, era tra i 24 e i 24 gradi e mezzo, con foschia.

Le regole non scritte invece erano tante. Qualcuno parlava di doping. L’unica sostanza che il Gionson assumeva (che in Italia è ancora legale e che sull’Altopiano di Asiago è sempre stata legale) era il vino. Prosecco.

Per me il segreto era nelle bollicine. Che contengono aria, e che danno ulteriore ossigeno ai polmoni. Era questo, per me, il segreto di una sòttarolla fatta a regola d’arte. Immersione, fuoriuscita dell’aria e turbo. E’ lo stesso principio applicato alle automobili di Formula Uno. Lì lo chiamano kers, e ci hanno speso milioni di euro. Il Gionson lo aveva creato dal vino, e gli costava circa mille lire per una dose da 0,15 litri.

 

La storia di Enzo Maiorca non ha trovato visibilità sui giornali di carta dell’Altopiano, e nemmeno in quelli dell’Italia intera. Ed è un peccato, perché era bizzarra.

Maiorca era al culmine della popolarità – prima della bestemmia tirata gratuitamente, in quel lontano 1974 – quando venne a sapere che c’era un asiaghese in grado di fare le sòttarolle meglio di lui. I giornali infatti si sono soffermati su quel giorno di settembre del 1974 quando Maiorca, nelle acque di Sorrento, provò a andare sotto sotto, sino a 90 metri. Quando si immerse però andò a sbattere contro un ex campione del Rischiatutto, Enzo anche lui, ma Bottesini di cognome. Maiorca tornò su e scardinò – a forza di bestemmie e imprecazioni – tutto il creato finanche i vicini di casa.

In realtà la bestemmia bagnata non era riferita all’imprevisto. Pare infatti che Enzone, nell’andare sotto, si ricordò di quella volta che sfidò il Gionson. E perse.

 

Era l’estate del 1974, la figlia del Gionson era rimasta incinta di me. Sposata in fretta e furia, disse a suo padre che stava aspettando un popo. Il Gionson fece festa in abbondanza, all’ombra della chiesa improvvisata in mezzo a un boschetto di Crespano del Grappa. Era giugno del 1974. Come nella canzone di Fabrizio De André, ma un anno dopo.

Una sera, al bar, lesse sul giornale che Maiorca stava cercando il signor Meneghetti Giovanni detto Gionson. Si misero in contatto e nel luglio del 1974 Maiorca salì per la prima e l’ultima volta sull’Altopiano.

Il Gionson chiamò alcuni testimoni: amici delle montagne parati fuori dai bar in fretta e furia. Si ritrovarono alle 15 del pomeriggio al laghetto di Roana. Tra un bianco e una partita a carte, i commissari buttavano un occhio sulla gara. Iniziò Maiorca, che rimase sotto 2 minuti, giusto per aprire i polmoni. Il Gionson si fece un prosecchino e si immerse. Uscì dopo 10 minuti, dicendo che si era scordato di finire il bicchiere.

Maiorca andò giù duro: 20 minuti sotto. Approfittando della pausa, il Gionson fece un giretto al bar, poi andò a funghi e tornò con 3 chili di brise. Maiorca, incredulo, inclinò la testa e alzò il pugno.

Deposto che ebbe il cesto con i funghi, il Gionson si tuffò da un pino con un tuffo carpiato, fece due bracciate e andò in apnea nell’acqua. Risalì dopo 45 minuti con tre bombe della prima guerra mondiale (che nel frattempo aveva disinnescato con le sue mani uncinate), un elmetto tedesco del 1916, tre caricatori per fucili (non utilizzabili perché moji), il motore di una lavatrice e un sandalo che una turista patavina aveva perso la sera prima mentre stava guzzando in acqua col moroso.

Enzo Maiorca chiamò a sé la Madonna e tutti i Cherubini del Paradiso (anche il Santo, quello dell’Hotel Paradiso di Canove, che, sentitosi invocare, prese su e andò al laghetto) che scesero in picchiata. Il cielo si offuscò, come sul Golgota.

Maiorca fece training autogeno, respirò profondamente e si inabissò. Tornò su paonazzo dopo 46 minuti e 10 secondi, stravolto dalla fatica, ma sorridente. Intanto il Gionson era andato in Bocchetta Portule, trovò quattro sòche e si fermò al bar per fare due ciacole.

Pieno di prosecco, entrò lentamente nel lago. Il giorno dopo i pompieri scandagliarono i fondali, e lo trovarono che stava intagliando le sòche. I sommozzatori tornarono a riva e il Gionson, per chiudere il bellezza, tirò una pioppa che prosciugò il lago.

Maiorca, in quel preciso istante, capì che era finita. Tirò una Madonna a piena gola, e tornò in Italia.

Vedendolo andare via con la coa tra le ganbe, il Gionson, mentre si faceva un bianco prima di andare a pranzo dall’Alfonsina, fece semplicemente il suo caratteristico “eh eh”.

 

 

 

Do balète, tre balète

 

La cultura cinematografica del signor Giovanni Meneghetti detto Gionson – il signor GG – era limitata ai film di Totò: li conosceva tutti. Gli altri – ovvero tutti i film girati nel mondo da quando esiste una cinepresa o un mestiero per fare un film – erano semplicemente “balète”. Con il suo Telesette, il settimanale di programmazione in tv in mano – che forse al cinema mica c’è mai andato per davvero -, dopo la cena e dopo il caffè con la sigaretta, si posizionava sul divano. Sul suo posto. Dal suo scranno reale – mai provare a sedersi al suo posto, che quel posto era suo e solo suo, figlio e frutto di anni di sedute che c’era la conchetta con le sue dimensioni – sfogliava la rivistina e iniziava, serio, a scrutare le recensioni dei programmi che davano in televisione. Accanto ai film c’era la valutazione del critico – a dire il vero c’è anche adesso, che mica l’hanno chiusa la rivista, anche se adesso non ci sono più i suoi occhi da aquila attenti a carpire i voti -, espressa in pallini neri e piccoli come capocchie di spilli. “A P O C A L I P S E N O W - diceva, scandendo le lettere con un respiro – …quattro balète”. “T O T O L A S S S I A O R A D O P I A… tre balète”. In base alle balète, la tv di casa Meneghetti si accendeva sul canale. Il Gionson non sbagliava mai: il giudizio del critico, che faceva suo, era onnisciente e inconfutabile. E nella sua dimora, il film in visione era sempre scelto da lui. Aveva anche una grande cultura calcistica, il Gionson. Tipo che ricordava le formazioni a memoria del grande calcio italiano. Poi però con gli anni aveva abbandonato. Aveva lasciato per strada sia la sua passione per il Vicensa – il Gionson ricordava aneddoti degni di Gianni Brera, tipo vittorie contro le più blasonate Milan, Inter e Juventus – che il suo calcio potente, de tàio.

Il Gionson è stato il precursore, il maestro di Roberto Carlos. In realtà la punizione che l’esterno sinistro brasiliano ha messo in rete durante una partita contro la Francia, l’aveva già collaudata (ma non brevettata) il Gionson. Ai giardini Santa Caterina di Bassano – quando mi portava lì – io mi mettevo in porta e lui, con i suoi piedi scalcagnati e con le gambe da alpino, calciava d’esterno o di taglio il pallone, e il pallone assumeva traiettorie impossibili che quasi sempre arrivavano a me portiere sotto forma di arazzi poetici, di curve disegnate da Giotto, di ellissi che sfidavano la forza di gravità.

Tiri che erano stelle filanti che diventavano comete. Come nei cartoni animati. Che lui non ha mai visto. Di film però, ne ha visti tantissimi. La sera, a casa. Anche più volte. Totò per lui era il comico, e non Schillaci, l’eroe, il bomber, la punta di diamante di Italia ‘90. Totò era il Comico, l’Attore, l’Uomo. L’Artista.

Sugli altri film – non quelli di Totò il Napoli, quelli se li gustava tutti – non si esprimeva. Assorbiva, quasi passivamente, le scene. Poi, finito il film, si alzava e andava a dormire.

Si accendeva solo con il Principe partenopeo.

Che se avesse avuto la possibilità, lui al cinema – ma come attore – ci sarebbe anche andato. Aveva la sua mimica (un po’ Toto_scenica) e un bellissimo viso. Un profilo nobile. E un’ottima capacità di scrittura e di interpretazione. Però sti àni – era la Seconda Guerra Mondiale, che lui era del 1924 e nel 1940 aveva 16 anni – le priorità erano altre. Le recite le ha fatte lo stesso, ma non davanti alle telecamere. Al bar. O con gli amici, quando andava a festeggiare il 25 aprile. Per un pubblico di nicchia. Di amici. Era così, il Gionson: attore dentro e fuori, alpino dentro e fuori, padre e marito dentro e fuori. Attento osservatore, ma con garbo.

 

 

 

Dal dottore

 

Gli alpini non vanno mai dal dottore. Nemmeno il Gionson: hanno già dato durante la guerra, dicono, e alcuni sono stati anche ricoverati per mesi. Ai tempi della guerra i medici curavano per bene, così i più astuti – anche il Gionson – si sono fatti una scorta di ‘salute’ a base di vin bianco, per arrivare di filata sopra i 70. Del resto, gli alpini credono in quello che dicono, e hanno fedi incrollabili. Li senti cantare, alle adunate, con voci bellissime e intonate: “…no voio dotori no voio dotori, e son pallido come na strassa, vinassa vinassa e fiaschi de vin”.

L’elisir di lunga vita è condensato in questa strofa: ogni male va curato a fiaschi di vino. Non a gòti – che in tutto il Veneto è l’unità più piccola di misura, ed equivale a un bicchiere ma pieno – ma a fiaschi. Misura piena, come piena è la vita. Soprattutto la loro.

Gli ho creduto, al nonno. Mai un male, nemmeno di stagione. Mai: sempre dritto come un fuso. Fin dopo i 70. Poi qualcosa, lì dentro al suo corpo - dentro quella macchina da montagna che non si fermava mai, dentro quelle gambe storte e dure, infaticabili, dentro quelle mani dalle unghie più brutte del mondo, che sembravano artigli di aquila, dentro quel cuore da maratoneta che non ha mai fatto un tagliando, dentro quello spirito libero da alpino, sempre pronto a mettersi in cammino verso le cime più alte – si è inceppato. Da fuori, mica lo potevi vedere. Tutto in regola, da fuori: sempre di appetito, sempre di buon umore, sempre pronto a ricordare. Sempre innamorato della moglie. E’ dentro che quell’ingranaggio perfetto deve aver perso il tempo, o qualcosa del genere. Gli alpini non si ammalano mai fuori: è dentro che a un certo punto succede qualcosa. Te ne accorgi dagli occhi, dallo sguardo. Succede che diventi trasparente.

E’ stato anche in ospedale, il Gionson. Non capiva bene dove si trovasse, né tantomeno il perché. Però verso le 6 di sera, un giorno, le infermiere lo fermarono mentre stava attraversando il corridoio. “Dove sta andando?” gli chiesero. “Faccio un salto al bar a prendere un prosecco e torno” rispose candido.

Quel prosecco non lo bevve mai.

 

Il Gionson è andato dal dottore per la prima volta dopo i 70 anni. Prima – prima dei 70 – i suoi mali non arrivavano a casa: lui se li curava in montagna, e quando rientrava per cena, era già guarito. Gli alpini hanno mali passeggeri, robe da niente. Tre mali in tutta una vita. Tre soli: il raffreddore, la tosse e qualche lieve ferita cutanea ma superficiale, il ricordo di una carezza di un ramo di pino. Il raffreddore, il Gionson, lo curava con una medicina liquida rinchiusa in un vasetto di vetro scuro. Due gocce. Una per narice – e quelle del nonno sembravano grotte – e passava tutto. Per tutto l’inverno. Gli ingredienti erano chiaramente misteriosi: non so se quell’ampollina venisse fabbricata da qualche suo amico, o se era direttamente lui a distillare quella cosa lì. Di certo era micidiale come un diserbante: una sera di Natale di molti anni fa, tappato dal raffreddore, chiesi al nonno la medicina. In silenzio, quasi volesse rivelarmi un segreto, verso una goccia su un fazzoletto. Odorava di menta accesa. Poi una goccia per narice. I successivi 20 minuti li trascorsi a piangere sul letto – ma non per il male, né per la commozione: una colata di menta gelida concentratissima mi era entrata nel naso – qualcosa tipo idraulico liquido o un qualsiasi sgorgante – lasciandomi quasi svenuto. Dopo 20 minuti respiravo perfettamente. Per tutto l’inverno. Nemmeno una candela. Nemmeno nel giorno del mio compleanno.

La tosse è un malesserino da poco. Basta una cura a base di mugòlio, di sciroppo di mugo, e passa tutto. Basta un cucchiaio alla sera prima di andare a dormire. Le pigne novelle di pino mugo si trovano verso la fine di luglio su in alto, oltre i 1.800 metri, e sono facili da prendere: il mugo è basso – forse per via che cresce in alto, o forse perché nel suo DNA è scritto che deve aiutare gli alpini in montagna – e quindi è facilmente raggiungibile. Gli alpini sono sempre molto misurati e rispettosi verso la natura, quindi raccolgono solo la quantità minima di pigne. Poi vanno a casa, e trafficano. Il Gionson – ma forse non solo lui – le faceva così: le metteva in un vasetto di vetro, le ricopriva di zucchero, chiudeva il vaso e lo lasciava al sole (ma forse ci aggiungeva do dèi de vìn, per dargli più sapore). Dopo un po’ di giorni, lo zucchero si scioglieva e, mescolandosi alle pigne, formava uno sciroppo per la tosse. Il vasetto poi veniva posto al buio a riposare, pronto per essere tirato fuori in inverno.

Io rimango dell’idea che fosse in realtà la nonna a fare la trasformazione: il nonno, in cucina, sapeva fare solo il brodo. Squisito. Ma solo quello…

Non ce lo vedevo, il Gionson, a mettere le pigne una a una nel vasetto. Lui si preoccupava di procacciare la materia prima – come un primitivo uomo-cacciatore. Toccava poi alla nonna – anzi: alla moglie – dare un sapore, un odore e una funzione ai raccolti del nonno.

La ràsa – la resina di abete, credo, o di pino – guarisce tutte le ferite. Gli alpini lo sanno: mentre camminano, con la coda dell’occhio scorgono un albero ferito, che spurga resina. Loro lo sanno, si avvicinano e ne raccolgono un po’ dentro un barattolo di vetro. Un graffio? Un po’ di ràsa. Una ferita sanguinante? Due po’ di rasa. Un taglio profondo che necessiterebbe di qualche punto di sutura? Quattro dita di ràsa. La ràsa è strana: è pettaissa, cioè appiccicosa. Ti rimane incollata alle dita, e subito diventa più scura. Lì per lì guarisce tutto, poi a casa, per levarla, ci vuole l’acquaragia, e olio di gonbio, sennò rimane lì, e lì rimane per molti giorni anche se sacramenti. Il Gionson ogni tanto la usava, ma non molto. A memoria, giusto una volta, su in Campo Filon: si era sbrogliato una mano – una ferita da poco – e si era guarito con la ràsa. Perfettamente sigillata. Senza alcun punto. E senza dire niente alla nonna.

 

Il nonno, dal dottore, ci è andato dopo i 70. Dal dottore serio, quello col camice bianco. Ci è andato perché iniziava a cedere. Dentro la testa. S’era rotto qualcosa, o qualcosa non era più oliato. Demenza senile. Una fiume lento, dentro la testa. Un fiume che piano piano si prosciuga, che ha meno acqua.

Il dottore lo trovava – secondo quanto ci diceva il Gionson – sempre in forma. “Nonno, com’è andata dal dottore?” gli domandavo. “Benòn - diceva -. Sono andato dal dottore e mi ha detto: ‘Signor Meneghetti detto Gionson, cosa ha?’. E mi: ‘A go el capuficio agità. Quando mia moglie è assente, me sveio sempre sotto la tenda’. E il dottore: ‘Signor Gionson, ha una battuta meglio di quell’altra’...”.

Perché la nonna Alfonsina è sempre stata ‘la moglie’. Non ha mai avuto un nome, per lui. E nemmeno i suoi figli, né tantomeno i nipoti. In ‘Casa Gionson’ la moglie veniva chiamata ‘moglie’, i figli semplicemente ‘figlio’ (Roberto) e ‘figlia’ (Giuliana). I nipoti sono sempre stati ‘i popi’. Bisogna essere pratici, essenziali. Sennò ti sbagli. E un alpino non sbaglia. Tantomeno se ti chiami Gionson.

 

 

 

Il gatto Gionson

 

Mai visto il Gionson distirà in tèra. Mai visto disteso, o inciampato, o in scarso equilibrio. Nemmeno un volta. O meglio: quand’era a casa con la moglie, tutti i dopopranzi andava a fare un pisolo. Fino alle 14, poi si alzava, pipì, caramella (o cioccolatino) e ripartiva. Diceva che andava a Bassano a piedi – lo raccontava sempre, che pareva che a Bassano ci andasse tutti i giorni e invece la moglie del Gionson, che alla fine è sempre la nonna Alfonsina, mi ha confidato che ci è andato, ma solo una volta o due. In pratica, raccontava sempre di quella unica volta, però condita con particolari sempre nuovi, che mi sembrava davvero che lui – a Bassano – ci andasse tutti i giorni che il buon Dio lo ha lasciato sulla terra veneta. Mai visto il Gionson in difficoltà di equilibrio. Mai. Gli alpini – ma tutti tutti – hanno sotto le scarpe i loro silenzi, che in montagna si trasformano in artigli pronti a ghermire sassi, salite, legni e sentieri. Si parte col Gionson che – da bravo paròn de casa – guida sempre il gruppo.

Prima regola: mai provare a stare davanti a un alpino. Il suo silenzioso disprezzo te lo porti addosso finché campi. Non ti dirà mai di stare dietro. Però lo devi capire da solo: non sei in città che devi fare le corse “che sennò il macellaio, la santa o l’estetista chiude”. In montagna il tempo del cammino viene scandito dall’alpino. Che, se sei in difficoltà, si ferma a darti una mano. Ma in silenzio. Che in montagna no se ciacola mai: è fiato sprecato, fià sprecà, che è meglio tenere dentro per la prima salita.

In montagna, non esistono altre regole.

 

 

 

Cromosoma G

 

“Siamo tutto un po’ Gionson” ha scritto l’Annalisa sul cancello di casa a Cerasolo, un attimo fuori Rimini. L’Annalisa è la mia cugina matta: matta nel senso che è stramba, ma che serve così com’è.

Un po’ del Gionson ce l’ha mio cugino Gabriele, per esempio: a tempo perso studia il cimbro, a tempo perso andava dal Gionson, la sera, per farsi raccontare qualcosa. A tempo pieno vive – a modo suo -, e ama le montagne dell’Altopiano, anche se non è alpino: la terza generazione – la mia, quella di Gabriele – ha perso, per diversi motivi, il servizio militare. Alpino è stato Roberto, il figlio del Gionson e papà di Gabriele (la mia mamma Giuliana no, che ai tempi la naja non era roba per tosètte co le còtole). L’ultimo della famiglia, el Roberto: dopo di lui, le penna è stata incappucciata.

In verità l’alpino l’ha fatto anche Raul, un altro cugino, anche lui un po’ Gionson per via che ama le montagne e cammina. Molto. Ma non ha il carattere del Gionson, forse per via che non è parente diretto: il cromosoma “G” di Gionson ce l’hanno i parenti stretti, e anche questo non è che te lo puoi disegnare addosso: ci devi nascere.

Il cromosoma G ha molti sottoinsiemi, che si uniscono: graspe, vino, sigarette, camminare, montagna, funghi, sòche, reperti della guerra, fossili. Impossibile oggi, avere tutte le peculiarità del cromosoma: non arrivi a 40 anni, se li metti insieme.

Lui però a 85 anni ci è arrivato, o quasi: mancava una branchinela di giorni, poca roba per dire, e avrebbe festeggiato. Ma il Toni Peli non ha voluto farsi scappare l’occasione, e l’ha chiamato su in cielo, che gli 85 li devi fare tra gli amici, se nasci alpino.

 

 

 

Se mai un giorno

 

Non potevano che essere parole. Così non potevano che essere parole per la sua montagna – le ultime che mio cugino Gabriele è riuscito a leggere, sull’altare, quando lo abbiamo salutato per l’ultima volta.

La poesia è di Edoardo Bertizzolo. Si intitola “Signore, se mai un giorno”. Che quel giorno, prima o poi, capita a tutti.

 

Sono tornato

sulla terra santa dell’Ortigara

dove il tempo giace

nonostante il volgere degli anni

e dove il passo anela ad essere un pensiero

che non gravi

ancora

sulla carne sofferente.

 

Io

pellegrino

mal sopporto il mio respiro

in questo tempio aperto al cielo

e vorrei

oh se vorrei

levitare di quel nulla che consenta al piede

di non nuocere

alla pace dei quiescenti.

 

Ansiti

non mani

mi contendono

ed anime gementi

scoperchiano gl’innumerevoli sepolcri.

 

Questo è il mio corpo

calcinato al sole

questo è il mio sangue

dilavato e sciolto

quella è mia madre che fra le pietre bianche

spigola i miei resti

e quella donna che rivolta i sassi

inutilmente è anche mia madre

e l’altra con un figlio in grembo

ella

mio dio

chiede sempre a tutti noi che non sappiamo:

avete visto il mio amore?

Lo avete visto il mio amore?

 

Signore

se mai un giorno

tu volessi farti uomo un’altra volta

tua madre cercala quassù

e grida forte il tuo nome.

 

…allora

da dietro ogni scaglia

da dentro ogni crepa

da sotto ogni pietra

di questo immenso camposanto

un popolo di madri leverà lunghe mani

e volgerà vuote le occhiaie ai tuo richiamo.

 

Forse

sgomento

cercherai la fuga.

 

Ma una d’esse passerà la voce:

siate buone con lui

non fategli del male

lasciate che rimanga

vestitelo dei panni dell’Alpino

Egli

è mio figlio…

 

 

 

Ti avrei voluto dire “grazie”, quel giorno. Grazie per avermi insegnato ad ascoltare la voce delle tue montagne, per avermi fatto capire che bisogna camminare con un occhio per terra e uno sempre rivolto al cielo, quando si va in altura. Grazie per avermi portato a cercare i fossili, grazie per avermi tagliato il pane, grazie per avermi dato il tuo cappello da alpino quando pioveva. Grazie per essermi stato nonno.

Ma le parole – queste parole, quel giorno – mi sono rimaste in gola.

Che la terra ti sia lieve, Gionson. Come tu ha fatto con lei.

 

 

 

 

gionson.toni.peli.king

 

 

 

Piccola nota

 

Chiaramente questo non è un libro. E’, forse, una fotografia di parole, un ricordo. Il testo diventa così il pretesto per parlare di altro: si parte dal Gionson, ma in realtà è un omaggio ad una terra fiera, l’Altopiano di Asiago. I racconti sono un po’ veri, un po’ no: nella mia testa, quando ho iniziato a pensarli, erano tutti reali. Perché quando i nonni raccontano le favole, per i bambini sono eroi: sono storie vere, vissute, lontane nel tempo, che tornano in vita grazie alla trasmissione orale.

 

 

 

Ringraziamenti

 

In primis, al protagonista di queste parole, il nonno Giovanni detto Gionson.

Ringrazio il caso, Dio e i miei genitori di avermi fatto nascere in Veneto: diversamente, l’approccio al ricordo del nonno sarebbe stato sicuramente diverso. Sì, forse anche migliore...

Ringrazio il cugino Gabriele, che mi ha fornito molto materiale inedito e mi ha raccontato molte confidenze.

Ringrazio i miei genitori, Riccardo e Giuliana, ma anche mia sorella, Lelena delle prime pagine, nonostante frequenti poco i monti da dove siamo venuti.

Ringrazio la nonna Titina: se quella volta fosse partita per l’Inghilterra, non sarei mai nato. Se nel 1978, dopo avermi sentito parlare con accento romano non mi avesse mandato all’asilo di Crespano del Grappa a “lavarmi la bocca”, forse non mi sarei mai entusiasmato alla parlata veneta.

Ringrazio tutti i parenti citati e quelli non citati, ma che appartengono - per sangue o per matrimonio - alla Grande Famiglia.

Ringrazio Colla di Padova, che, nonostante sia dottore in veterinaria, scrive e parla in dialetto.

Ringrazio Livio Balducci, Slight, che mi ha insegnato qualcosa in dialetto romagnolo, e che ha avuto la pazienza e la curiosità di imparare il mio dialetto: se oggi lo parlicchio e lo scrivo, è perché mi esercito quotidianamente con lui.

Ringrazio gli amici d’infanzia di Canove di Roana: Simone De Marchi detto Saimon o “Peppa”, Luca Baù detto Luchiddo.

Ringrazio Francesca Garavini detta “mus”, per tutto e nonostante tutto.

Ringrazio Canà, al secolo Davide, che ha visitato le mie montagne anche senza di me.

Ringrazio infine Luigi Meneghello: se non lo avessi incrociato all’università, forse non avrei mai scritto la storia del Gionson.

Ringrazio poi chi mi leggerà e avrà pietà per gli errori, le imprecisioni, la scrittura sbagliata del dialetto, le ingenuità e le debolezze che incontrerà tra le pagine.

 


 

Dizionario delle parole venete utilizzate

 

La mia generazione, la terza, si è imbastardita. Sino a quella dei genitori, il dialetto è stato puro. Poi, un po’ per motivi di studio, un po’ per una sorta di contaminatio, si è perduto. Oggi la terza generazione (la mia, quella dei cugini, quella che scrivo) parla - quando lo parla - un dialetto asiaghese spòrco.

Di seguito i termini utilizzati nelle pagine, e una teorica e personalissima traduzione.

 

strassa = straccio da cucina

cànovàto = nato a Canove di Roana

schincato = schivato

bòcia = ragazzino

straco = stanco

mensch = uomo virile, maschio

sconto = nascosto

smonando = annoiando

‘sti ani = questi anni, gli anni passati

bianchèto = bicchere di vino bianco

sòche = pezzi di legno

s’ceto = puro

spuo fora = un poco fuori, uno sputo fuori (lett.)

ganbe in spala, toso = gambe in spalla, ragazzo

vèci = vecchi

trava = tirava

zaleto = gialletto, abitante della pianura

i me ciava = mi fregano

spissa ai zanoci = prurito alle ginocchia

tòchi = pezzi

mai darghe na ciavada = mai darghi una fregatura

i ghe ga cavà so mare e so pare = gli hanno tolto la mamma e il papà

tosi = ragazzi

nète = pulite

onte = sporche

tèndare = pulire e tenere in ordine

na s’cianta = un po’

branchinela = una manciata, un pizzico

tola = tavola

catava = raccoglieva

sclese = schegge

picenine = piccoline

tuti siti = tutti zitti

maciai = macchiati

inganberato = inciampato

presta = giovane

sòttarolle = immersioni sott’acqua

schei = soldi

ungile = unico/a

s’cioca = batte forte, riscalda

brise = funghi porcini

moji = bagnati

guzzando = (stavano) facendo l’amore

ciacole = chiacchiere leggere

pioppa = aria dal sedere

coa tra le ganbe = coda tra le gambe

balète = palline

de taio = di taglio

popi = nipoti

slavà = sbiadito

 

ROMANZO D'APPENDICE:
IL GIONSON A PUNTATE
 

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