San Marino Fixing, editoriale. Appalti: quasi da tabula rasa
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Lunedì 30 Settembre 2013

 

di Loris Pironi


Sullo scorso numero di San Marino Fixing abbiamo parlato di uno degli argomenti più delicati per San Marino: gli appalti pubblici. Ne è emerso un quadro così frastagliato e per certi versi contraddittorio che non può non spingerci a ulteriori riflessioni.

Intanto poniamo un punto fermo. Gli appalti pubblici, non solo sul Titano ma anche nel resto dell’universo, sono una delle sacche più critiche in cui si può annidare la corruzione e il riciclaggio. Non lo diciamo noi ma tutti gli organismi internazionali, a partire da chi è dedicato al contrasto a queste forme di illegalità.

La gestione degli appalti pubblici, per San Marino, rappresenta a maggior ragione un elemento di criticità per diversi motivi: regole non chiare, poca trasparenza, senza dimenticare le dimensioni limitate che amplificano gli effetti potenzialmente distorsivi di una gestione clientelare nella distribuzione degli appalti pubblici.

A San Marino, lo diciamo senza peli sulla lingua, troppe cose non funzionano in questo ambito. A partire dalla normativa, confusa, spesso contraddittoria, sicuramente stratificata, talvolta inapplicata perché sono rimasti indietro (colpevolmente) gli indispensabili decreti delegati di riferimento. Ai vari organismi pubblici è assegnata troppa discrezionalità e la trasparenza non è un’opinione ma una chimera. Basta farsi una ricerca anche approfondita su internet alla ricerca disperata di una gara d’appalto o di un bando pubblico, a San Marino, per abbandonare ogni speranza con gli occhi rossi dopo aver consultato inutilmente il computer per ore e ore.

Quando si parla di appalti pubblici, poi, il dibattito pubblico, e quello politico sono poi francamente di bassissimo lignaggio. Ci sono imprenditori che si lamentano perché non sono stati assegnati “a pioggia” oppure almeno ridistribuiti tra le aziende che operano in un singolo settore, e politici che lamentano il fatto che agli appalti sammarinesi non dovrebbero essere vinti dalle imprese italiane, invocando - quasi senza rendersene conto, temiamo - una specie di protezionismo d’antan che coccia inevitabilmente con la spinta del Paese verso una maggiore integrazione con l’Unione Europea. Quando il dibattito poi si sposta sui temi della revisione della spesa, è come se sugli interlocutori calasse una cortina di pura nebbia londinese. C’è chi pensa che la PA dovrebbe farsi tutto in casa per principio, e chi dice pure che il privato “lucra” sui servizi che offre al pubblico. Ma uno Stato moderno - anche il più piccolo e (magari!) snello - oggi non può pensare che convenga internalizzare tutto anziché esternalizzare. Solo che si dovrebbe essere bravi a dare fuori ciò che non conviene farsi in casa, affidandosi in maniera trasparente e non discrezionale a chi è in grado di mettere in campo l’offerta migliore e i servizi migliori.

Beh, su questo diciamo che temiamo di precorrere un po’ troppo i tempi, ma senza una visione di respiro è anche difficile provare a mettere mano all’emergenza, che è la situazione con cui le imprese sammarinesi interessate agli appalti pubblici si devono confrontare quotidianamente.