San Marino, Statua della Libertà: la vera storia dell'autore Stefano Galletti
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Giovedì 17 Gennaio 2013

Stefano Galletti

 

di Alessandro Carli

 

La polvere del marmo – levigato, studiato e amato per una vita intera – diventa inchiostro, memorie collettiva, soffio di storia da tramandare, con un filo identitario. Una linea immaginaria unisce – idealmente – la città di Cento e la Repubblica di San Marino: un percorso fatto di insegnamenti, di sensibilità, che ha portato lo scultore Stefano Galletti a creare, nella seconda metà del 1800, la Statua della Libertà della Repubblica di San Marino.

A rendere immortale la sua arte – oltre alle testimonianze create tra la natia Cento, Roma, Bologna, Ferrara, San Marino – anche un prezioso libro, edito da Bolis nel 1995 e intitolato “Ingegno e Sentimento. La scultura di Stefano Galletti”, che è stato gentilmente messo a disposizione della redazione di San Marino Fixing dal pronipote dello scultore, l’Ing. Leonardo Toffanetti Galletti, per permetterci questo nostro tributo ad un artista che ha saputo traspondere nelle venature del marmo lo spirito della più antica Repubblica. Scritto a sei mani da Marco Ceccarelli, Maria Censi e Fausto Gozzi, il volume ripercorre l’arte e la vita dell’autore, con una riflessione sull’Ottocento e un’interessante parentesi sui suoi lavori eseguiti per San Marino.


Stefano Galletti

 

Nato nel 1832, agli inizi degli anni Cinquanta si trasferisce all’accademia di San Luca di Roma dove, vicino Pietro Tenerani, l’allievo di uno dei due maestri del Neoclassicismo, Antonio Canova (il secondo, sempre sotto lo sguardo attento di Winckelmann, fu Bertel Thorvaldsen), inizia a formare un linguaggio di natura purista che favorì il sorgere nell’arte di un’espressione romantica. Sempre nella città eterna, conobbe Edgar Degas: di quel giovane pittore francese con un quarto di sangue italiano, lo scultore ci ha lasciato un bel ritratto a penna che lo ritrae in tenuta bohemien. L’amicizia tra i due giovani non lasciò nel Galletti, una traccia profonda, quando si conobbero Degas era un giovane promettente, ma lontano dall’aver trovato la sua strada e sviluppato appieno il suo talento. In seguito le strade dei due giovani si divisero, il francese si trasferì a Firenze, per poi far ritorno in patria e continuare il suo cammino.


L’artista a San Marino  

 

Ma sono soprattutto le pagine dedicate al legame con il Titano che rivelano una profonda conoscenza del cuore della gente della Repubblica. Nel 1876, su commissione della Duchessa d’Acquaviva, Stefano Galletti scolpì la Statua della Libertà per l’omonima piazza di San Marino.

Il monumento – in marmo bianco di Carrara - si inseriva perfettamente nel clima di celebrazione retorica del nazionalismo, esaltato anche dai versi di Gabriele d’Annunzio e di Giosuè Carducci, quest’ultimo chiamato a consacrare il mito di San Marino nel discorso inaugurale di Palazzo Pubblico, nel 1894.

Il tema astratto della libertà si materializza, ad opera del Galletti, in una statua dal tono trionfante: una sorta di inno celebrativo, scritto però nel marmo, che esaltava la Repubblica, orgogliosa del proprio status. Sotto il profilo stilistico, è il prodotto della rivisitazione di modelli storici radicati nell’antico mondo romano, interpretati però con grande abilità e con estrema attenzione alla verità dei movimenti della gamba e del panneggio della veste. Nell’allegoria così concepita, convivono in perfetta simbiosi la cristallizzazione carducciana del mito sammarinese della “libertà perpetua” (“Libertà perpetua, e di diritto, più veramente e santamente che non le dinastie dei conquistatori, divino. Divo Marino patrono et libertatis auctori dice con romana leggiadria la leggenda della chiesa vostra, o cittadini; e i vostri maggiori invocavano il santo, fiamma di carità, gloria del monte Titano, predicatore dell’evangelo e fondatore della libertà, che riguardasse alla famiglia sua, e pigliasse arma e scudo e sorgesse all’aiuto di lei, sì che, prostrati i nemici dell’anima e quelli del corpo, ella valesse a trionfar seco ne’ cieli…”) e la vitalità di una terra impegnata a porre le basi del futuro rapporto con l’Italia. Tutto ciò si rispecchia in un’immagine forte, salda, piena di slancio, armata di corazza e di lancia, simboli della lotta volontaria intrapresa al fianco di Roma nelle guerra di indipendenza, con i calzari ai piedi e in testa la corona turrita, a voler esaltare la sovranità repubblicana. Il Galletti impostò il monumento su una base a pianta cruciforme, con volute angolari di raccordo al plinto centrale. Nelle facciate, l’artista ha inserito alcune vasche semicircolari. Sulla facciata sinistra del basamento è posto un medaglione in bassorilievo della committente mentre sui rimanenti lati hanno trovato spazio alcune epigrafi congratulatorie e commemorative. Lo scultore ideò la Libertà come una giovane donna che indossa una tunica, calzari, maglia di ferro, corazza e spada. Con la mano sinistra regge una bandiera mentre il capo è impreziosito da una corona di quercia e ulivo. L’ideazione generale, i tratti del viso e la corona turrita si ritrovano molto simili nella statua raffigurante l’Italia che eseguirà qualche anno più tardi per il monumento romano a Cavour. Sono chiaramente innegabili i collegamenti non solo ideali ma anche compositivi che si possono istituire con le statue e i dipinti che raffigurano “la pulzella d’Orleans”, quella Giovanna d’Arco celebrata anche nei film e nella musica (su tutti, Leonard Cohen e Fabrizio De André), simbolo per la Francia di libertà e dell’unità nazionale.

La scelta di ubicarla nella piazza dove ancora oggi si trova, non era senza motivo: in questo modo si andava ad assolvere la “funzione divina” che il grande poeta francese (e maudit), Charles Baudelaire, attribuiva generalmente alla scultura sin dal Salon del 1859. Chiunque attraversasse la piazza “del Pianello”, non avrebbe potuto non volgere l’occhio al “fantasma di sasso”.

Sulla base del maestoso monumento – che ha suggestionato, attraverso le coordinate geografiche del parallelo terrestre che passa per la Statua della Libertà di San Marino (43° 56’ 11,77), la presenza del Titano alla Biennale di Venezia una manciata di anni fa – è visibile il ritratto della committente, Ottilia Heyroth Wagener, duchessa d’Acquaviva, finemente eseguito in una misura stilistica degna della più autentica tradizione ritrattistica e con una precisa attenzione alla caratterizzazione del personaggio, ai tempi molto noto per il suo mecenatismo. In quegli anni San Marino era protesa alla costruzione di rapporti stabili con l’Italia, al di fuori – come Giosuè Carducci rimarcò nel suo discorso, di “ogni vis polemica”, puntando soprattutto sull’immagine di “terra d’esilio”, che conservò per tutto il Risorgimento. Ospitò lo stesso Giuseppe Garibaldi, reduce con i suoi legionari dalla difesa della Repubblica romana e all’eroe “dei due mondi” dedicò il monumento – scolpito dal Galletti – nel 1882: un’opera il cui Garibaldi appare come eroe romantico della fantasia popolare, dallo sguardo intensamente pensoso e fisso verso orizzonti lontani, quasi in cerca di quelle “terre sognate di una profetica visione interiore”. Il ritratto che il Galletti dona ai cittadini sammarinesi – costituito da un semplice plinto su cui è posto il grande busto - è un trionfo di equilibrismo tra i segni realistici dell’uomo dalla folta barba, dal poncho e dal fazzoletto annodato al collo e quelli romantici dell’eroe risorgimentale, ovvero generoso, fortemente umanitario e un po’ filosofo, come si può leggere osservando con minuziosa attenzione la calma serenità del suo volto.   Nel cimitero di Cento, sulla tomba di famiglia progettata dallo stesso Galletti e fatta eseguire dopo la sua morte, l’artista è realisticamente ritratto con gli strumenti del mestiere tra le mani, accanto alla scritta “Verità, Libertà, Lavoro”, i tre punti fermi della sua vita di uomo.