La società civile di San Marino e la Commissione Antimafia: Siamo la feccia dei piccoli Stati
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Giovedì 04 Ottobre 2012

di Saverio Mercadante

 

SAN MARINO - La Repubblica di San Marino è ancora stordita dalla relazione della Commissione Antimafia.

Un intero Paese riflette angosciato e rabbioso. A tutti è chiaro che è un punto di non ritorno. San Marino Fixing ha fatto un giro di opinioni nella società civile per capire cosa ha suscitato quella fotografia così degenerata di una parte della società del Titano.

“Noi stavamo denunciando da dieci anni operazioni immobiliari sospette - afferma il presidente dell’Associazione Micologica Augusto Michelotti - e aver scoperto che la malavita ha attecchito sul territorio è un fatto importante perché ci possiamo difendere. Sarà difficile sradicarlo perché è facile farlo entrare e difficilissimo poi reprimerlo. Altra cosa importante: sono stati fatti dei nomi. E’ un altro esempio di una democrazia che si ribella all’omertà. Un fatto gravissimo le piccole mazzette, sono rimasto malissimo, un fenomeno che non conoscevo. I dipendenti dello stato prendono un buon stipendio, non avevano necessità di fare cose del genere. Evidentemente non basta mai. E anche qui è bene che sia venuta fuori: dalle piccole dimensioni di corruzione poi si passa progressivamente a ben altre, sempre più importanti, e diventa un costume. Si spostano i valori culturali relativi ad una concezione dell’onestà, di un modo di essere che rinnega la San Marino di trent’anni fa. Ci vantavamo di essere non solo un paese libero, ma un paese corretto, dove le persone vivevano con una certa logica, un certo criterio, una certa moralità. Ora siamo diventati la feccia dei piccoli stati che vivono come sanguisughe sulle disgrazie degli altri”.

“La relazione della Commissione Antimafia – ha scritto Alberto Rino Chezzi (nella foto) nel suo intervento che riprendiamo in parte dal blog SM Dazibao – SM - è stata un momento di presa di coscienza da parte del Paese di come ci siamo allontanati dai valori fondamentali che legano gli appartenenti a una comunità piccola come la nostra. La gravità dei rapporti emersi tra politica e camorra, sui quali dovrà sicuramente far luce la magistratura, ha quasi ‘normalizzato’ e quindi posto in secondo piano tutti gli altri fatti emersi, come se quanto accaduto fosse un normale operare. Come se fosse normale corrompere con denaro pubblici dipendenti, comprare voti a fini elettorali oppure operare in pieno conflitto d’interessi. Fortune economiche realizzate in pochissimo tempo, non giustificabili neppure da consulenze milionarie. Intreccio tra politica e affari a dir poco micidiale. L’interesse personale che prevarica il bene comune. Anche se a onor del vero sono situazioni conosciute o ‘intuite’ da noi tutti o comunque dai più. Con un distinguo di posizioni come sempre. Vi è chi era coinvolto perché cooptato. Vi era chi pur sapendo non ha voluto o non ha avuto la forza e il coraggio di esporsi e ha preferito continuare a coltivare il proprio orticello. Vi era infine chi pur sapendo e contrastando tali fenomeni poteva fare di più. Non esistono medaglie e meriti in questa situazione. E’ vero che la politica ne esce malissimo, perdendo così quel poco di affidabilità che le era rimasta…”.

“Quando si annidano certi fenomeni in una società civile - afferma Emanuele Guidi del Coordinamento Agenda 21 - le barriere, le difese, sono molto basse. Non è solo la politica che ne è contaminata ma anche il sottobosco che è dietro la politica stessa, ricettivo verso questi fenomeni degenerativi. La società civile sembra che abbia perso i suoi valori identitari: l’onestà, il senso del lavoro e del merito, il rifiuto delle ricchezze facili. Quando si perdono queste qualità diventa inevitabile che la selezione della classe politica sia deficitaria. Non si selezionano i più capaci, i più onesti, i più competenti, per affrontare i problemi del Paese ma coloro che sono più disponibili ad accogliere quelle richieste che non sono più diritti ma privilegi. Sono le condizioni peggiori per affrontare una situazione di grave crisi morale, economica, ambientale. Se non c’è un forte senso di riscatto per porre un limite a questa degenerazione la situazione può divenire molto preoccupante. D’altronde - prosegue Guidi -, c’erano dei fenomeni evidenti: in un territorio piccolo come il nostro si continuava a costruire. Il mercato non crollava nonostante la domanda fosse irrilevante. Era palese che erano in atto dinamiche distorte. In questa cornice in molti hanno chiuso gli occhi in cambio di favori, elargizioni, capitali. Si è fortemente radicata nella nostra realtà la cultura del privilegio”.