Renzo Piano, parole e idee per una poetica del costruire
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Venerdì 24 Luglio 2009

 

Dal prototipo parigino del Beaubourg alla riconversione torinese del Lingotto, dalla Cité Internationale di Lione al porto di Genova, alla berlinese Potsdamerplatz, l’architetto Renzo Piano ha lavorato alla trasformazione del vecchio modello di città industriale in quello di città dell’informazione e della cultura. Gli esperimenti sulle brown areas di Milano e di Sesto San Giovanni, di Lione e di Parigi, di Harlem a New York, ad esempio, mostrano invece il passaggio dalla città della produzione a quella degli scambi.
“Il nostro è un lavoro straordinario, il più bello del mondo, coinvolgente, di struggimento interiore – ha avuto modo di dire il celebre urbanista agli studenti del Politecnico di Milano, lì dove, nel 1964, si era laureato -. Ma anche di avventura se vogliamo: quando abbiamo scavato nella Potsdamer Platz a Berlino sono venute fuori sette bombe, per fortuna erano russe, quindi erano inesplose, mentre a Los Angeles trivellavamo alla ricerca di acqua e veniva fuori solo petrolio, e oltretutto di qualità così cattiva che non potevamo neanche farci i soldi”.
Una vita partita da Genova, la città in cui è nato nel 1937: una “Creuza de ma” che porta, nel suo essere affacciata sul mare, l’essenza del viaggio. Un viaggio dentro l’arte, dentro l’architettura, ma allo stesso tempo un percorso che l’ha portato ad essere anche ambasciatore dell’UNESCO per l’architettura.
Renzo Piano sarà il protagonista dell’incontro di architettura che da alcuni anni caratterizza il Cersaie, il Salone Internazionale della Ceramica per l’Architettura e dell’Arredobagno: giovedì 1 ottobre – alle ore 11 all’interno del Palazzo dei Congressi di Bologna Fiere – il celebre architetto terrà una lectio magistralis imperniata sul “Fare architettura”. “Oggi gli architetti sono ossessionati dall’apparenza e dalla forma, tutti sono ossessionati dall’invenzione - ha raccontato di recente -. Realizzare una forma nuova non è difficile, ma una forma nuova che abbia un senso è un altro discorso. La tecnologia informatica rende molto facile creare assurdità. Basta premere un pulsante e… esce fuori. Io credo nell’invenzione ma odio l’idea dello stile, l’idea che gli architetti possano creare uno stile inconfondibilmente loro, la ripetizione delle proprie forme, è qui che si finisce col perdere la propria libertà”.
La città di Piano infatti propone un’idea di spazi multifunzionali che traducono l’irrequietezza della contemporaneità attraverso l’esaltazione della complessità, della trasparenza e della permeabilità.
Il lavoro su una tipologia architettonica consolidata, come il grattacielo, ridefinisce i rapporti tra pubblico e privato, come dimostrano i casi del New York Times e della London Bridge Tower.
I progetti dell’architetto-urbanista di Zena agiscono sulla stratificazione e sull’addizione per ricreare la complessità del contemporaneo. A questo si aggiunge l’attenzione all’uso del verde che dimostra l’importanza riconosciuta all’elemento naturale nell’ambito progettuale.
A Milano come a New York o a Genova o a Roma, le tracce del passato non sono rimosse ma reintegrate, utilizzando l’ideale della leggerezza come ipotesi progettuale.
Renzo Piano più volte si è definito “artigiano”: un’affermazione che trova spessore nel suo “Renzo Piano Building Workshop”, sorta di bottega, officina contemporanea, erede della tradizione quattro-cinquecentesca di Brunelleschi e Leonardo, i primi architetti hi-tech, dove la sperimentazione tecnologica sui materiali consente alla sua opera di avvalersi di soluzioni innovative. Al di là degli incarichi di rilievo e della realizzazione di numerosissimi progetti, l’idea di bottega, di ricerca e di approccio al lavoro attraverso tecniche tradizionali quali il disegno a mano, lo sviluppo di modelli di studio, la creazione di make-up in scala 1:1 costituiscono un naturale sistema di organizzazione ancora funzionale, pratico e legato a operazioni colte di intendere un mestiere svincolato dall’accademia e da supporti esclusivamente teorici di intendere l’architettura.
“L’architettura – ha spiegato lo stesso Piano - è l’arte di dare rifugio alle attività dell’uomo: abitare, lavorare, curarsi, insegnare e, naturalmente, stare insieme. E’ quindi anche l’arte di costruire la città ed i suoi spazi, come le strade, le piazze, i ponti, i giardini. E, dentro la città, i luoghi di incontro. Quei luoghi di incontro che danno alla città la sua funzione sociale e culturale. Ma naturalmente non è tutto. Perchè l’architettura è anche una visione del mondo. L’architettura non può che essere umanista, perchè la città con i suoi edifici è un modo di vedere, costruire e cambiare il mondo. E poi l’architettura è struggimento per quella cosa bellissima che è la bellezza. Ma questa è un’altra storia ed è impossibile da raccontare”.

Alessandro Carli