Speciale cultura: riscopriamo le azioni delle nostre tradizioni
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Lunedì 12 Ottobre 2020

cucire

 

di Simona Bisacchi

 

Rammendare un grembiule.

Lavare gli strofinacci, facendoli bollire in un pentolone.

Preparare un tè aggiungendo piccole foglioline di menta appena raccolte.

Sono azioni che si perdono nella tradizione. I piccoli gesti a cui ci hanno abituato le nonne. Ma sono anche un atteggiamento nei confronti della vita. Nella loro semplicità, racchiudono la delicatezza con cui ci si prende cura degli oggetti e ancora di più delle persone. Racchiudono la mentalità dell'aggiustare, del ripulire, invece che del buttare e sostituire. E in quella calda bevanda profumata c'è un senso di ospitalità, che rende possibili le confidenze.

Lo descrive con grande riguardo la scrittrice cilena Marcela Serrano, ne "Il tempo di Blanca": "Ai tempi di mia nonna - me lo raccontava lei - non si buttava via niente. Nemmeno l'esperienza. Un bacio era una cosa rara nella vita di una persona e veniva custodito come un tesoro. Il dolore si conservava gelosamente per non dimenticarlo. E da quello si imparava. Adesso calze, dolore e baci, consumiamo tutto, rompiamo tutto, ci disfiamo di tutto".

La memoria e le consuetudini si tramandavano attraverso le mani, erano i gesti a insegnare come comportarsi nel mondo: "Noi facciamo con le mani quello che abbiamo visto fare dalle mani prima di noi. Le mani delle donne di campagna hanno fregato per terra, lavato nelle tinozze; quelle di città hanno tagliato cipolle e hanno portato le borse dal mercato. Entrambe hanno lasciato la loro impronta nella pasta del pane, sul manico di scopa. Altre sui lavori dei ferri a maglia e sugli aghi da cucito. E ci sono state mani di donna che hanno preso una penna e hanno scritto lettere, diari, libri... Le mie mani discendono da queste" ("Il tempo di Blanca").

È attraverso le piccole azioni, attraverso ciò che fanno, che gli adulti danno l'esempio per crescere.

O per diventare streghe. Non nel senso tradizionale del termine, ma come lo intende la nonna di Mai in "Un'estate con la Strega dell'Ovest" della scrittrice giapponese Kaho Nashiki. In questo breve, e delicato, romanzo essere streghe significa imparare a prendere le decisioni da soli, allenare la forza di volontà, seguire le proprie intuizioni, senza che diventino però fissazioni. La tredicenne Mai compie un singolare apprendistato da strega, nella casetta di montagna della nonna. Una nonna unica, giapponese d'adozione, inglese di origine: una strega proveniente dall'ovest con il potere straordinario di capire fino in fondo il cuore di sua nipote. Ma per diventare streghe ci vuole una grande forza d'animo e la nonna di Mai non ha dubbi sul da farsi per conquistarla: "Prima di tutto, bisogna andare a letto presto e svegliarsi presto. Non saltare i pasti, fare movimento, condurre una vita sana". E il "duro" apprendistato di Mai prevede preparare marmellata di fragole di bosco da mettere nei vasetti, lavare le lenzuola in una tinozza calpestandole con i piedi nudi per poi lasciarle asciugare sui cespugli di lavanda. Passare il pomeriggio a leggere e studiare o correre fino al bosco. "Le ferite nel cuore delle persone non si possono guarire facilmente, ma questi lavoretti semplici, proprio come i vecchi amici, ti tirano su di morale. Anche se la ferita resta e non ci si può fare niente, diciamo che aiutano ad alleviare il dolore".

Piccoli atti, gesti da nulla, che rendono più vitali le giornate.

Ma ci vuole una nonna che si dichiari una strega per ricordarceli.