L’irrequietezza plastica del cavallo “sammarinese” di Aligi Sassu
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Venerdì 09 Ottobre 2020

Sassu cavallo

 

di Elena Rossi

 

Inutile dire che ogni città che si rispetti ospita un cavallo, un cavaliere, o un cavallo con cavaliere, ad ornare ed onorare la città e le principali figure che hanno contribuito a renderla grande: dal famigerato monumento al Gattamelata realizzato da Donatello a Padova, ai monumenti equestri realizzati dal Giambologna per i granduchi Cosimo I e Ferdinando I della famiglia Medici a Firenze.

Anche a San Marino il cavallo di Aligi Sassu, domina incontrastato al centro di Piazza della Repubblica. Donato dalla Cassa di Risparmio della Repubblica di San Marino nel 1985, il cavallo rampante, immagine simbolo di estrema immediatezza comunicativa, ci riporta ad un concetto culturale atemporale e allo stesso modo più contemporaneo che mai, allargandosi con parsimonia, dalle fantasie lievi del mito classico, al roboante concept delle Scuderie Ferrari. Creato da componenti semplici ed elementari di un certo primitivismo di forme e di contenuti, il cavallo rampante ci mostra uno stile di lavorazione che porta la firma inconfondibile del famoso artista milanese. Per comprendere le ragioni profonde che determinano la plasticità di Sassu, è fondamentale essere a conoscenza di quelle esperienze futuriste che tanto hanno lasciato nel DNA dell'artista, e di cosa significhi, in tutta l'opera di Aligi Sassu, l'ossessione del movimento, dal suo dispiegamento e alla sua sospensione. A proposito di futurismo, inutile dire che anche il nostro artista sia cresciuto sulla scia di un testo anticonformista quale Pittura e scultura futuriste di Boccioni, l'artista di Forme uniche della continuità nello spazio, che, tra le altre influenze, deve avergli senz'altro passato uno dei dilemmi ricorrenti dell'invenzione tridimensionale, quello del vuoto in rapporto alla consistenza spaziale della materia quando essa si compenetra allo spazio.

Ho motivo di credere che questa linea portante della poetica di Sassu mettesse coerentemente a frutto una lettura avvertita e congeniale dell'opera di artisti come Delacroix, Lucio Fontana, Bruno Munari e, su un versante diverso, Degas, che Sassu aveva ammirato nel suo viaggio a Parigi del 1934.

Cosa ritroviamo è un cavallo rampante, culturalmente riconosciuto come simbolo di forza, eleganza, velocità e destrezza, ma con qualcosa che non torna.

Con il baricentro troppo propeso all'indietro, il cavallo viene ad essere in una posizione innaturale e inadeguata, inelegante e vertiginosa affermata e bloccata in un movimento istantaneo che tutto fa pensare tranne che alla eleganza classica dell'animale. Il cavallo inalberato, come sarebbe corretto identificarlo secondo l'araldica, ci lascia un sentimento di irrequietezza. Il cavallo del Maestro Aligi Sassu, sbigottito, a tutto aspira tranne che alla perfezione.