Gli eroi e le loro storie servono a tirare fuori il meglio di noi
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Lunedì 14 Settembre 2020

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di Simona Bisacchi

 

Ogni storia ha il suo eroe. Qualcuno di apparentemente insignificante, che fatica a trovare un senso alle giornate, e proprio per questo è sempre alla ricerca di qualcosa. Oppure, qualcuno che sta così bene nella sua realtà, da desiderare semplicemente di non doversene staccare mai. Finché accade qualcosa. Qualcosa che mette in discussione ogni certezza fino a quel momento conquistata. Qualcosa di "pericoloso" o di semplicemente sconosciuto. Qualcosa che a volte gli altri non vedono o non ammettono. Ma lui, lui destinato a diventare eroe, non può proprio trascurare. Vorrebbe far finta di nulla e andare avanti con la sua vita, perché felice o infelice che sia è la sua, è un territorio che ormai conosce e in cui si sa muovere. Ma l'ignoto, quello no, non è comodo per nessuno. Ed è proprio qui che comincia il viaggio. Con qualcosa che si spezza e chiama a gran voce il possibile eroe. La chiamata a qualcosa di grandioso, che potrebbe salvare tutti, ma che - soprattutto - aiuterà il prescelto ad andare oltre se stesso. Perché le grandi imprese che romanzi ed epica propongono sono sempre un viaggio verso un'unica meta: diventare il meglio di sé.

Come ha insegnato Joseph Campbell - l'autore del saggio "L'eroe dai mille volti" (1949), che ispirò George Lucas per il primo film di "Star wars" - le grandi storie raccontate dalla mitologia sono una metafora della storia dell'uomo, chiamato a realizzare davvero se stesso attraverso le avventure che l'esistenza offre. Perché per il saggista statunitense "Un eroe è un essere umano normale che fa la migliore delle cose nella peggiore delle situazioni": se nella narrativa è qualcosa che si è chiamati ad affrontare una volta nella vita, nella realtà è quasi la quotidianità. A volte si riesce. A volte si fallisce. Ma sempre si è incaricati di scelte, spesso non facili, a cui non possiamo negare una risposta. L'eroe da il meglio di sé. Magari non è il meglio in assoluto, non è ciò che risolve tutto, ma non aggiunge problemi, non formula lamenti. E, soprattutto, non si arrende: custodisce ciò che gli altri danno per spacciato. Perché Penelope sarà pure una donna che non fa altro che fare e disfare una tela, ma se il tanto astuto Ulisse ha potuto riprendersi il suo regno, è perché grazie a lei c'era ancora un regno da riprendersi. E se Frodo ha buttato l'anello nel Monte Fato, è anche grazie a Sam Gamgee che non lo ha lasciato solo un istante: l'unico della Compagnia dell'anello di Tolkien che è riuscito a stargli accanto fino alla fine, fino al sacrificio più estremo, quello di accettare di dover dirgli addio.

Ma gli eroi sono così. Scorrazzano per il mondo senza talenti apparenti e ti sorprendono, con un gesto azzardato, con parole inattese, e ti raccontano possibilità che non avevi mai preso in considerazione. I saggisti come Joseph Campbell e come Christopher Vogler - autore del best seller "Il viaggio dell'eroe. La struttura del mito ad uso di scrittori di narrativa e cinema" - ci fanno vedere che anche la persona apparentemente più comune può diventare un eroe. Succede quando quella persona - davanti a un mondo ordinario che va in frantumi - affronta la morte di ciò che conosceva, la rinascita nell'ignoto e il cambiamento di sé e di tutto ciò che aveva fino a quel momento programmato, per ottenere una ricompensa che i più nemmeno notano ma che lo porta alla piena realizzazione di sé, a essere chi non aveva mai sospettato di poter diventare.

Quando arriva qualcosa che interrompe la quotidianità - fatta di ritmi prestabiliti e opportunità date per scontate - quello è il momento di scegliere chi essere. Se essere semplicemente se stessi. O se diventare il meglio di sé.