Perché il timore è esattamente ciò che ci tiene all’erta
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Martedì 12 Maggio 2020

charles-bukowski

 

di Simona Bisacchi

 

Una vecchia leggenda racconta che un viandante lungo il suo cammino incontrò la peste, mentre andava verso Smirne. Il viandante le chiese perché stava andando laggiù e la peste rispose che doveva uccidere tremila persone. Qualche tempo dopo i due si incontrarono di nuovo, il viandante aveva scoperto che le persone rimaste uccise non erano tremila, bensì trentamila. "Perché ne hai uccise così tante?" chiese addolorato. Ma la peste candidamente rispose: "Io ne ho uccise tremila. Che colpa ne ho se le altre le ha uccise la paura?".

Una piccola favola che racconta la potenza di un sentimento che aleggia incontrollato, ci abita senza che lo vogliamo e si trasmette l'uno all'altro.

Perché il timore è ciò che ci tiene all'erta e ci fa guardare dove mettiamo i piedi, mentre camminiamo lungo le strade dell'esistenza.

Ma la paura immobilizza, rende rigidi, come statue incapaci di muoversi e respirare. Incapaci di vivere.

E anche se è facile farsi lasciarsi abbracciare dalla paura, ed è istintivo spalancare la porta per farla entrare nella nostra casa più segreta, purtroppo non è di alcun aiuto. Solo di grande danno.

Per quanto ci si possa sentire impotenti davanti a un avversario invisibile e subdolo, per quanto ci si senta isolati e soli, la paura non porta ad alcuna soluzione.

Non può essere la risposta. E non può essere nemmeno un soccorso.

Quando si presenta così spontaneamente, come una vecchia amica che tutti abbiamo incontrato una o mille volte nella vita, quando la vedi adagiarsi comodamente in ogni cosa che fai, in ogni tua abitudine, allora capisci che è il momento di diventare audaci. Di ricordare a se stessi, e a chi ci è accanto, alcune piccole banalità. Innanzitutto, che siamo vivi, e ciò implica che abbiamo la possibilità di reagire, ridere, ballare su ogni tipo di tristezza, e cantare anche se siamo stonati. Ne abbiamo tutto il diritto! Inoltre, va ricordato che c'è una morte molto più ambigua della morte fisica, ed è la "morte in vita".

Charles Bukowski, a questo proposito, ci mette in guardia: "Non puoi sconfiggere la morte ma puoi sconfiggere la morte in vita, qualche volta. E più impari a farlo di frequente, più luce ci sarà".

"Il cuore che ride" è la risposta di Bukowski alle batoste e alle tenebre. Perché "Ci sono delle uscite. Da qualche parte c'è luce. Forse non sarà una gran luce ma batte le tenebre".

Così come il coraggio batte la rassegnazione.

La serenità batte l'angoscia.

Purtroppo non arrivano così spontaneamente e baldanzosamente come la paura. Bisogna attivarsi per attirale in sé, bisogna cercarle, bisogna desiderarle. Ma ci sono. Esistono. Non sono state esiliate dal pianeta.

Ed esiste la possibilità di essere vicini uno all'altro. Perché se la paura è solitudine, il dialogo è la compagnia. Dove non puoi tendere la mano, puoi tendere la voce. Dove non puoi far sentire la tua pelle, puoi far arrivare le tue parole. Sceglile bene, sceglile con cura, perché non c'è contatto più profondo, più intimo di una frase capace di toccare i nervi sottili del conforto, dell'entusiasmo, e dell'impegno.

 

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