San Marino, pensioni, fiscalità, IVA. “E spingere la crescita”
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Lunedì 23 Dicembre 2019

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di Alessandro Carli

 

È ancora molto lontano dai picchi italiani ma il problema del rapporto tra debito e PIL inizia a riguardare anche San Marino. Il debito pubblico comprensivo delle perdite ereditate da Cassa Risparmio e dei crediti d'imposta ha fatto registrare un'impennata: se nel 2015 era al 33,5%, le proiezioni al 2020 lo spingono sino a 77,9%. L'avvertimento è arrivato dal professor Mauro Marè della Luiss University, ospite d'onore all'Assemblea ANIS del 3 dicembre che nel suo intervento "Una finanza pubblica per la crescita economica: spunti dal caso italiano e dai paesi OCSE su debito pubblico, fisco e pensioni" si è soffermato anche sullo stato di salute del Titano e sulle riforme che deve completare. "Se cresce il disavanzo cresce anche il debito" ha spiegato parlando dell'Italia. Il suo innalzamento è "causato da un disavanzo eccessivo" ma anche da spese troppo elevate, senza dimenticare le ultime: quota 100, reddito di cittadinanza e le varie crisi bancarie. Per risalire la china diventa quindi necessaria una serie di "riforme strutturali": quella del sistema fiscale in primis, abbinata a un severo "controllo della spesa corrente". Per crescere poi servono più investimenti. Una "ricetta" che può essere mutuata anche a San Marino. Tra i dati rilevanti del Titano il professore si è soffermato sul disavanzo e sul debito pubblico, che è "cresciuto molto per stabilizzare il sistema bancario", il quale "sta vivendo una situazione difficile". La situazione generale che si è venuta a creare, ha spiegato l'economista italiano, è che bassi ricavi e spese sostenute hanno aumentato il deficit, passato dal 33,5% del 2015 al 77% nel 2018. Il problema non è solo il debito, che con i costi di finanziamento sempre più elevati è destinato ad aumentare, ma anche una crescita bassissima (in pratica come l'Italia se non peggio, quindi tra gli ultimi dell'eurozona, ndr) "e uno shock combinato potrebbe spingere il rapporto al 90%". Da qui l'allerta: la priorità per San Marino dovrebbe essere quella di "stabilizzare il debito pubblico", ha avvertito il professore. Sui titoli di Stato emessi dalla Repubblica, Marè ha commentato che la "Maturity" (la data di rimborso di un'obbligazione, ndr) "è buona, ma può essere allungata" e che semmai "vanno aumentate le emissioni del debito verso l'estero".

 

PENSIONI: UNA RIFORMA SOSTENIBILE PER IL FUTURO


Nella sua disamina non sono mancati il sistema fiscale, la spesa pubblica (che ha un'ampia spesa corrente per il personale), gli investimenti pubblici e privati, il mercato del lavoro e il sistema pensionistico.

"La sostenibilità del sistema pensionistico a ripartizione dipende da diversi fattori: numero degli attivi che pagano i contributi; salario medio su cui vengono messi i contributi; numero dei pensionati (e la loro speranza di vita) e importo medio delle pensioni. Se si riduce la popolazione attiva e aumenta il numero pensionati, il sistema non è in equilibrio" ha spiegato. Quindi, in sintesi, "o si aumenta il numero della popolazione che lavora oppure si riducono le pensioni". Ma il problema, del tutto simile all'Italia, è l'invecchiamento della popolazione, che graficamente si può ben ravvisare nel "ribaltamento della piramide demografica", dove gli over 50 sono già oggi più dei giovani e lo saranno sempre più in futuro. "La Repubblica", questo il suo suggerimento, deve "mettere sotto controllo la dinamica della spesa per pensioni, passando da un sistema retributivo a uno contributivo", quindi con "prestazioni legate al profilo dei contributi". Non solo: vanno anche rivisti i criteri di pensionamento ipotizzando uno slittamento dell'età (Quota 103 e oltre). L'età pensionabile va indicizzata all'aumento della speranza di vita.

 

SPUNTI PER LA RIPRESA: IVA E RIFORMA FISCALE

 

Crescita economica e stabilizzazione del debito pubblico devono essere un mantra. Ma non basta. Per Marè, San Marino deve realizzare quanto prima alcune riforme strutturali: oltre a quella pensionistica, anche quella fiscale e la spending review. Inoltre il professore ha parlato di "un'entrata piena nell'UE", palesando maggiori vantaggi che svantaggi. La riforma fiscale, invece, significa anche l'introduzione dell'IVA: un'imposta "adottata da oltre 160 Paesi negli ultimi 30 anni". Passare da una monofase all'IVA significa "un gettito più robusto e meno distorsivo" per la casse dello Stato, evitando di penalizzare imprese e lavoratori, ma puntando - questa la scelta che spetta alla politica in pratica - sui consumi, "anche perché la coperta è corta e da qualche parte occorre tirarla". Vanno comunque fatte anche alcune riflessioni se mantenere così l'imposta generale al 17%, o aumentarla.

Tra i vantaggi dell'IVA ha ricordato "l'avvicinamento e l'omogeneizzazione al sistema europeo", "la possibilità di applicare tassi zero sulle esportazioni" (e tassare le importazioni), ma soprattutto, in chiave di crescita e sviluppo, "con l'IVA si possono rendere più competitivi i settori produttivi che esportano". Allo stesso tempo, si può prevedere di destinare "il gettito dell'eventuale introduzione dell'IVA per ridurre il livello dei contributi sociali". Qualche criticità (probabile aumento dei prezzi) c'è, ma i vantaggi, come detto, sono maggiori.