La guerra vista dagli occhi e dalle mani di Renato Guttuso
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Martedì 12 Novembre 2019

renato guttuso

 

di Alessandro Carli

 

"La pittura è il mio mestiere. Cioè è il mio mestiere ed il mio modo di avere rapporto con il mondo. Vorrei essere appassionato e semplice, audace e non esagerato. Vorrei arrivare alla totale libertà in arte, libertà che, come nella vita, consiste nella verità". Renato Guttuso, 1957.

Pittore (ma anche politico), secondo alcuni critici "impropriamente indicato come esponente del realismo socialista" ma certamente protagonista della pittura neorealista italiana che si espresse negli artisti del "Fronte Nuovo delle Arti", citato anche in un pezzo di Fabrizio De André (ne "La canzone del padre" canta "E i miei alibi prendono fuoco, / Il Guttuso ancora da autenticare" facendo probabilmente riferimento suo dipinto "I funerali di Togliatti"), da 40 anni "vive" anche in Repubblica.

 

"LA RESA", OLIO SU CARTA ACQUISTATO NEL 1979

 

Tra le opere esposte all'interno della Galleria Nazione San Marino difatti c'è anche "La resa" di Renato Guttuso, un olio su carta intelata che il Titano acquisì nel 1979 a seguito della mostra personale dell'artista intitolata "Antologia di Disegni" e che fu ospitata a Palazzo del Turismo dal 26 agosto al 30 settembre 1975.

 

LA VITA DEL MAESTRO

 

Autore fondamentale nella storia dell'arte italiana del Secondo Dopoguerra, Renato Guttuso caratterizza la propria ricerca per un preciso impegno di cara ere politico e sociale all'interno di tu a la sua poetica, ispirata alla pittura europea realista e d'avanguardia, segnata da autori come Courbet e Picasso. L'opera in oggetto si riferisce chiaramente alla tragica ne della Seconda Guerra Mondiale e la guerra civile tra partigiani e fascisti consumata sul suolo italiano.

Guttuso già nel 1938 denuncia apertamente i crimini del regime spagnolo franchista, dipingendo la fucilazione del noto poeta Federico Garcia Lorca. Nel 1940 si iscrive al Partito Comunista Italiano, allora clandestino, mentre nel 1943 ne disegna il simbolo. "La Resa" è del 1945, l'anno della Liberazione. L'opera è confrontabile con i bozzetti, dipinti su carta, che Renato Guttuso realizza durante la guerra in modo clandestino, in cui ritrae repressioni fasciste. L'artista, infatti, vive da protagonista la guerra partigiana in qualità di ufficiale di collegamento tra il comando romano delle Brigate Garibaldi e il fronte della Marsica.

Nel 1943 realizza la collezione di disegni intitolata "Massacri" che confluirà nel corpo di disegni "Gott mit uns", che significa, in tedesco, "Dio è con noi"
(la scritta incisa sulla fibbia d'acciaio dei soldati nazisti e delle SS), pubblicati nel 1944 dal Saggiatore.

Guttuso anche dopo il periodo della Resistenza, continuerà per gran parte della sua carriera un'attività militante di denuncia dello stato di oppressione dell'uomo, affrontando tematiche sempre attuali e simili: le atrocità della guerra, i fucilati, le condizioni dei lavoratori, la sopraffazione mafiosa, con responsabilità storica e sociale e nello stesso tempo universale. La sua arte, legata all'espressionismo, fu caratterizzata anche dal forte impegno sociale, che lo portò anche all'esperienza politica come senatore del Partito Comunista Italiano per due legislature, durante la segreteria di Enrico Berlinguer.

 

L'ARTE SOCIALE DI GUTTUSO


Nel 1933 abbandonò definitivamente gli studi universitari per dedicarsi alla sola pittura e si trasferì a Roma. Nel 1935 a Milano per il servizio militare conobbe Manzù, Birolli, Fontana, Antonio Banfi. Nel lungo soggiorno di tre anni a Milano, nel corso dei quali non mancava però di tornare in estate a Bagheria, maturò l'arte "sociale" di Guttuso, con un impegno morale e politico via via più scoperto, che si rivelava in quadri come "Fucilazione in Campagna", fra il '37 e il '38, "Fuga dall'Etna" in due stesure, per poi consacrarsi alcuni anni dopo in opere rappresentative della massima espressione del realismo sociale di Guttuso come "La Spiaggia" (1955) e "Carretti a Bagheria" (1956).

 

LE SUE AMICIZIE ECCELLENTI

 

Nel 1937 si trasferì definitivamente a Roma, con studio in via Pompeo Magno dove, per l'esuberanza di vita, l'amico Mazzacurati lo soprannominò scherzosamente "Sfrenato Guttuso" e frequentò l'ambiente artistico romano di tendenza antinovecentista: Alberto Ziveri, Antonietta Raphael, Mario Mafai, Marino Mazzacurati, Pericle Fazzini, Corrado Cagli, Toti Scialoja, Filiberto Sbardella, e si tenne anche in contatto col gruppo milanese di Ernesto Treccani, Giacomo Manzù e Aligi Sassu. Il dipinto che gli diede la fama, fra mille polemiche da parte anche del clero e del fascio, poiché sotto il soggetto sacro denunziava gli orrori della guerra, fu "La Crocifissione" (1940). Di esso Guttuso ha scritto nel suo Diario che è "...il simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee" con il quale al Premio Bergamo siglava la sua nuova stagione.

L'artista non cesserà mai di lavorare in anni difficili come quelli della guerra e alternava, specie nelle nature morte, gli oggetti delle case umili della sua terra, a squarci di paesaggio del golfo di Palermo a una collezione di disegni intitolata "Massacri", che circolarono clandestinamente, dato che ritraevano le repressioni naziste, come quello dedicato alle Fosse Ardeatine.