San Marino, verso la riforma: pensioni più basse e aliquote più alte
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Giovedì 27 Giugno 2019

tabella pensioni

 

di Daniele Bartolucci

 

Il sistema previdenziale sammarinese già riformato nel 2005 non è sostenibile, lo dicono i dati (i contributi incassati sono inferiori di svariati milioni di euro rispetto alle prestazioni erogate) e lo confermano le dinamiche demografiche, che fotografano un Paese sempre più vecchio e quindi con una classe di lavoratori attivi che si è ridotta notevolmente negli ultimi decenni.

Per questo l'obiettivo di riequilibrare la struttura del sistema è diventata un'urgenza, anche se la riforma delle pensioni da tempo rimane un punto del programma di tutti i Governi, compreso quello attuale. Che però pare intenzionato ad accelerare su questo tema.

Non c'è ancora la condivisione necessaria (basti pensare che i sindacati hanno minacciato solo poche settimane fa anche lo sciopero generale), ma il progetto sembra ormai avviato su un binario ben preciso: per far tornare i conti, visto che l'attuale sistema non è sostenibile economicamente, gli interventi ipotizzati sono diversi e con impatti molto forti anche sul mondo del lavoro. La prima questione riguarda le aliquote, con aumenti del 2% per i dipendenti e del 3% per gli "autonomi" (commercianti, professionisti, artigiani e imprenditori) entro il 2023. La seconda è il nuovo calcolo della prestazione, non più sugli ultimi anni di carriera (quindi quelli più performanti di solito), ma tutta la vita contributiva (una media sicuramente più bassa). Questo significa, in sintesi, che si verserà di più ma si prenderanno pensioni più basse.

 

ALIQUOTE, L'AUMENTO SARÀ PROGRESSIVO


Per quanto riguarda le "entrate", non potendo fare affidamento sull'aumento dei contribuenti (ci vorrebbero politiche espansive e di sviluppo importanti, che ad oggi non sono ancora sul tavolo), il Governo punta ad aumentare comunque il volume di contributi incassati dai Fondi pensione, innalzando le aliquote ai lavoratori, sia dipendenti che autonomi. Nel primo caso, si tratterebbe di un complessivo 2% spalmato tra il 2020 e il 2023, mentre nel secondo si parla di un 3%, sempre nello stesso periodo.

Nell'ultima ipotesi presentata alle parti sociali, l'aumento sarebbe totalmente a carico dei lavoratori, senza quindi incidere direttamente sul costo del lavoro per le aziende, come invece era stato ipotizzato prima.

Ma indirettamente, un "peso" sulle imprese questo aumento potrebbe comunque averlo lo stesso.

 

PRESTAZIONI CALCOLATE SU TUTTA LA VITA CONTRIBUTIVA


L'altro passaggio fondamentale è sulle "uscite", ovvero sul calcolo della prestazione da erogare. Come noto, oggi vengono presi a riferimento gli ultimi anni della carriera lavorativa, quelli di solito meglio remunerati, mentre la riforma imporrebbe il calcolo sul reddito medio dell'intera vita contributiva, molto probabilmente abbassando il dato finale.

La novità non è tanto questa ipotesi, ma il fatto che il Governo ha fatto un passo indietro sul vero "ricalcolo", annunciato a inizio legislatura, delle pensioni erogate. Questa ipotesi è decaduta, a quanto pare, nel momento in cui si è deciso di non passare dal sistema retributivo a quello contributivo, al quale il ricalcolo era collegato.

L'impianto resterebbe quindi quello attuale, con diversi correttivi e alcune novità, come il part-time pensionistico.

 

NORME POCO ATTIRANTI: TETTO E TFR DIMEZZATO

 

Tra gli interventi auspicati dal mondo delle imprese c'è il superamento del tetto contributivo, che è un grosso limite per il sistema sammarinese nel momento in cui si ricercano competenze professionali di alto profilo per ricoprire i ruoli dirigenziali in un'azienda.

Tale superamento non c'è nelle ipotesi presentate, anzi, viene di fatto istituito un altro limite alla competitività lavorativa, laddove si prevede di destinare obbligtoriamente metà del TFR percepito dagli assunti di prima occupazione al FONDISS. Va da sé che uno dei plus del sistema sammarinese (il TFR viene tassato a parte e liquidato annualmente, rappresentando di fatto una quattordicesima piena) viene notevolmente indebolito.

 

TRE ANNI IN PIÙ PER LA "QUOTA" DI ANZIANITÀ

 

Per quanto riguarda l'accesso alla prestazione di anzianità, come previsto da tempo, invece, verrà ritoccata al rialzo la vecchia "quota 100", che diventerà 103 (la somma tra età anagrafica e anni di contributi versati), con una serie progressiva di penalizzazioni se l'età del lavoratore sarà compresa tra i 60 e i 63 anni, salvo il caso in cui il lavoratore abbia 40 anni di contributi e almeno 61 anni a far data dal 1 gennaio 2020.

 

GESTIONE UNITARIA DI FONDI E FONDISS

 

L'altra grande novità – anche se abbastanza scontata - riguarda la gestione dei vari Fondi pensione e FONDISS, che si ipotizza di unire in un unico Comitato di Gestione, per generare economie di scala ma anche per indirizzare meglio gli investimenti con il patrimonio gestito. Investimenti per i quali – finalmente – verranno chieste competenze tecniche particolari a tutti i membri del nuovo Comitato (cosa che prima era perfino considerato un "difetto").

Resta però da chiarire come si possano integrare le due diverse gestioni del primo pilastro e del FONDISS, essendo molto differenti tecnicamente e operativamente.