“Leopardare”, un verbo “Infinito” da due secoli
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Giovedì 13 Giugno 2019

Giacomo Leopardi 2

 

di Simona Bisacchi Pironi

 

Il ragazzo è pronto per partire. Ha 21 anni.

Conosce perfettamente tutto quello che i libri possono raccontargli.

Ignora tutto il resto. Ma è disposto a rischiare.

Perché preferisce la sofferenza alla noia. L'infelicità alla piccolezza.

Lo scrive chiaramente al padre, in una lettera appassionata che lui non leggerà mai. Il ragazzo è pronto per fuggire. Ma non riesce. Il tentativo fallisce. Viene sventato. E Giacomo Leopardi rimane a Recanati. Incastrato. Deluso. Probabilmente arrabbiato. Eppure, pronto a raccontarci che l'infinito esiste. "L'infinito" c'è.

Puoi percorrere una stessa identica strada, per anni e anni, fino a non poterne più, fino ad aver voglia di scappare. Per poi svegliarti una mattina e trovarci qualcosa che non avevi ancora notato, che non avevi mai preso in considerazione. E la solita passeggiata sul solito monte Tabor diventa un'avventura.

Tu sei sempre un po' malandato. Affaticato. E anche la siepe è sempre quella, l'ostacolo è sempre lì, e non ti permette di spingere lo sguardo fino all'orizzonte. Non ti permette di guardare al di là della tua realtà piccina. Ma questa mattina quello che non possono i tuoi occhi, quello che il tuo fisico ti impedisce, riesce a farlo il tuo pensiero. Oggi la siepe non limita la tua visuale ma ti spinge ad andare oltre. Ti fa venire la curiosità di sapere cosa c'è un po' più in là. Al di là di te stesso. Della tua fatica. Del tuo tormento.

E scopri che esistono spazi in cui non sei tu il metro di misura. Silenzi che azzittiscono tutte le voci che ti vorrebbero piccolo e schiacciato dalle circostanze. Esiste una pace che non dipende da ciò che ti accade intorno, ma da ciò che ti accade dentro. Perché oggi sei inciampato nell'entusiasmo per la vita, un compagno di viaggio coraggioso: non vince tutte le battaglie, ma ti permette di uscirne vivo.

Davanti a quella sensazione sconosciuta di leggerezza e sollievo, Leopardi trema.

Trema come chi ha paura. Come chi non è abituato. Ma non si ferma. Si sente così forte da avvertire l'eternità.

L'eternità è un gioco da poeti.

Quando si cerca di diventare nuovi, di fare - ed essere - un pochino meglio, senza ancorarsi troppo al passato, senza fare troppe congetture per il futuro, allora si vive appieno il presente, attimo dopo attimo, e si intravede quella eternità di cui tanto parlano i poeti. E si intravede la libertà.

Da duecento anni, questa poesia piccola piccola, ci dice che anche quando ci si sente imprigionati, anche quando tutto intorno è tempesta, c'è una meraviglia - un'immensità - c'è l'infinito che abita la vita, che abita noi. E bisognerebbe essere così temerari da naufragarci dentro.