Una magnifica e divertente “Divina Commedia” in dialetto sammarinese
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Martedì 22 Gennaio 2019

Balsimelli lungo

 

di Alessandro Carli

 

"Ho pensato che Francesco Balsimelli ha scritto molte e pregevoli cose su San Marino, sulla sua evoluzione da Comune a Stato, sulle sue istituzioni: lo ha fatto con perizia, con grande passione e con grande amore. Mi è sembrato che Francesco Balsimelli sia l'ultimo frutto di un mondo sammarinese, schivo e geloso di sé, poco incline un tempo a scopiazzare da altri, di un mondo che ha prodotto una sua cultura originale, se per cultura intendiamo non solo ricerca ed erudizione, ma anche capacità creativa e costume di vita, singolo e collettivo". Con queste parole la dottoressa Clara Boscaglia, donna di elevata cultura e importante figura politica del Paese, ha ricordato, nell'Annuario 1977-1978, la figura del professor Francesco Balsimelli.

Uomo di scuola e studi, Capitano Reggente nel periodo tormentato in cui San Marino venne investito dalla furia della guerra, Balsimelli (1894-1974) fu anche fervido autore di testi dall'indubbio valore letterario.

Tra le produzioni giovanili e meno note spicca "la Nuova Comedia", scritta negli anni 1910-1911 e custodita nella Biblioteca di Stato di San Marino. Un'operetta che, nonostante la definizione di "giovanile", in realtà fa emergere un'arguzia rara e soprattutto una profonda conoscenza del dialetto.

La composizione, che si snoda lunga tredici canti, si sofferma nell'Inferno. È qui che l'autore, in parte celato sotto il nomignolo di Chicaia, prova a immaginare – con registri di straordinaria comicità – il viaggio del Sommo Poeta nei piani più bassi del mondo Trecentesco. In pieno stile vernacolare, il Virgilio dell'Alighieri si chiama Beccani detto "Giustranen", una guida turistica del tempo, profondamente sammarinese, che condurrà Dante nei gironi dove i peccatori scontano le loro pene.

"U s'alzeva alora e sol/ quand da st' mond a ciap e vol/ e a m'avei te regn d'la morta/ senza guida e senza scorta".

Non prima però di averli fatti affacciare sul Paradiso, in modo che potessero vedere i beati e le persone che in vita erano state probe e pie (o perlomeno brave). "Un po' i gireva e l'era l' set/ che un bel pogn iera te let/ ielt sla testa a spindulon/ i gireva in purcizion/ e u s'avdeva andè a bracett/ omne e doni per dilet" lungo la via irta di spini che condurrà Dante verso la porta dell'Inferno.

"Sid mai sted, boia d'un chen/ dri m'un forne pin ed pen/ che s'i l'evra tutt t'un bot/ u s'aresta cmè un fagot?/ Acsè me ch'an l'eva aspted/ um sciudet e busg de fied/ tra e fug e tra e fum/ a n'avdeva gnenca lum/ da e cheld ed che giron/ a 'sera dvent cumè un carbon".

Ma è dinnanzi alle rive dell'Acheronte, dove ad attenderli c'è l'antico nocchiero Caronte, che con ogni probabilità la vis comica del Balsimelli tocca i suoi vertici: "L'era elt senza di più/ set ot metre e più e più/ l'era nir cumè la nota/ l'eva i dent drenta tna grota/ dov la lengua la gireva/ tutta sporca da la beva/ l'eva iocc cme un scaldalet/ e la berba infina te pet".

Per passare il fiume, non avendo soldi, venderà l'anima. Al di là della sponda ad attenderli c'è Cerbero. "E difati u s'avanzeva/ sa tre testi ch'el baieva/ cumè quand per la campagna/ e baia d' nota quelca cagna". Ed ecco il girone dei golosi: siamo nel sesto canto, uno dei pochi casi nell'Inferno dove le anime sono solo ombre senza corpo, una condizione teoricamente generica ma che all'Inferno Dante spesso non considera, mentre sarà frequente nel Purgatorio. "V'arcurdev per cla gran festa/ de Crucfis, tutt cla tempesta/ cla rumpeva el vidriedi/ mi palaz e al zucchi pledi?/ Fu pu cont a vedla acsè/ su at che post e nota e dè/ tent l'insteda come d'inverne/ a s'un vent che tira eterne". Qui un peccatore li ferma e inizia a raccontare la sua storia. In dialetto, ovviamente: "A sivid vuìelt amigh/ che un piseva tent i figh/ Un dè donca che s'la piaza/ ui n'era tent, d' diversa raza/ a m'avrei per assazè/ s'iera trest o da magnè/ e un figh t'un sit, un figh t'un n'ent/ am m'en so magned più d'cent/ a lè d'un poco a ciapò i dulor/ e difati a casc e a mor".

Nel girone degli avari, lì dove "il duolo è senza pari", i condannati devo spingere un sasso pesante. Come sanno i nonni sammarinesi, "sora l'erba tutti i sguilla". Così l'autore: "E giù e giù per cla dichina/ sa che mas cima la schina/ che travolt a ciapa sotta/ chi disgrazid sla testa rotta".

Tra i dannati incontrano Farinata e Cavalcante. "Giustranen" non lesina consigli: "Tu di quelli non ti cura/ ma rivolgi tua premura/ verso quei di San Marino/ di cui sei concittadino".

Evidente, nell'autore, l'intenzione del gioco goliardico e dell'intrattenimento, ma anche quella lingua "volgare" – nell'accezione più nobile, quella del vulgo a cui lo stesso Dante Alighieri ha dato ampio spazio scegliendola come matrice di scrittura – che permette a un testo "alto" di "arrivare" a tutte le classi sociali.