Lo scenografo amico di Giacomo Manzoni
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Lunedì 12 Novembre 2018

giuseppe spagnulo

 

di Alessandro Carli

 

Uno dei più importanti elementi della collezione della Galleria Nazionale è il corpus di opere realizzato Giuseppe Spagnulo, composto da sette carte (quattro disegni su carta di grandi dimensioni e tre disegni su carta più piccoli) e tre modelli tridimensionali di sculture in metallo. Le opere sono state prodotte nel 1991 quando il celebre compositore Giacomo Manzoni viene invitato a San Marino per tenere un Laboratorio di composizione promosso dall'Istituto Musicale Sammarinese in collaborazione con l'Ufficio Attività Sociali e Culturali (oggi sezione Arti Performative degli Istituti Culturali) in parallelo ad una mostra, all'interno della quale vengono allestite queste opere appositamente realizzate da Spagnulo.

I disegni e le sculture dell'artista sviluppano le scenografie che lo stesso aveva realizzato nel 1975 per lo spettacolo di Manzoni "Per Massimiliano Robespierre" e presentano riferimenti anche a un'altra opera sperimentale del grande compositore: "Atomtod" del 1965. Le opere sono costruite a partire dalla reiterazione di elementi ritmici e modulari che fanno costantemente riferimento al numero tre e a solidi geometrici elementari come il cubo, la sfera e il cilindro.

Parlando della scenografia di Robespierre, scrive Spagnulo: "Entrando più nel merito della scenografia vorrei cominciare dal materiale. Nel teatro si è abituati a vedere qualcosa che ne rappresenta un'altra, un materiale che ne intende un altro, la carta invece della pietra, eccetera. Non che questo sia sbagliato, è nella finzione stessa del teatro, ma a volte (in quest'opera credo sia così) il materiale stesso è una forma, un modo di fare; è la ricerca di un rapporto (anche se astratto) esatto. Ho usato l'acciaio che io adopero tutti i giorni nella scultura naturalmente non con la stessa finalità di spazio".

Un materiale "reale", quindi e non "finto", duro, squillante che determina una fratellanza con la musica, anzi ne diventa parte organica. L'acciaio riflette e i suoni, non li assorbe, li rende vivi accentuando la drammaticità del racconto sonoro; il suo colore è sordo e brillante nello stesso tempo, la luce crea sulle superfici bagliori smorzati e tragici dentro fino in fondo al nostro tempo.

La forma è molto semplice, anzi direi che non esiste una "forma" bensì vuoti che disegnano forme incrociandosi fra essi. Il vuoto è l'elemento più importante disegnato da piani e linee rigorosamente geometrici. C'è una grande parte formata da lamiere sottili di acciaio per una lunghezza di venti metri e per una altezza di dodici metri che è lo sfondo a tutta la visione scenica. Essa creerà un impatto, credo, estremamente duro e drammatico, determinando anche dal colore tipico del ferro, che non sarà trattato da nessun tipo di protezione; le mutazioni di colore, anzi derivate dall'ossidazione ne aumenteranno la forza visiva. In mezzo ci saranno e si muoveranno tra cubi-spazio vuoti di quattro metri di lato con l'unico pieno determinato da una "scala" su vari piani che si svolge in diagonale.
Su di essa avrà ospitalità, non comoda, il coro che non sarà in la ma in un "su e giù" poiché nessun piano della scala che ospita uno o due cantanti è a uguale altezza. Anche questo contribuisce a creare movimento in contrasto con l'immobilità dei personaggi-coro.

I tre elementi cubi saranno quasi uguali con leggere differenze derivate più da esigenze tecniche che plastiche e si muoveranno nella scena ruotando su se stesse sia in senso orizzontale che verticale; visualizzeranno, così, vari lati che, a loro volta, combinandosi tra loro, creeranno spazi concavo- convesso, chiuso-aperto, adatti ai vari momenti della rappresentazione scenica.

Tutti questi movimenti, compreso quello più difficile quando i cubi si sollevano da terra e girano su se stessi, saranno fatti a scena aperta diventando anch'essi azione teatrale.