La cultura d’impresa si fa anche tagliando gli sprechi
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Mercoledì 07 Novembre 2018

 

di Mirkare Manzi

 

È scattata un'emergenza rifiuti. Ovviamente, anche per smorzare eventuali allarmismi, quando parlo di "emergenza" mi riferisco a quelli speciali pericolosi e non pericolosi, quelli cioè di provenienza industriale (quindi imprese, commercio, artigiani, etc). Sotto l'aspetto degli "urbani" invece, giusto per dare un'informazione completa, la situazione è stabile.

L'emergenza deriva dal fatto che i centri preposti al conferimento hanno, per Legge, limiti quantitativi da rispettare e quando si è verso la fine dell'anno (novembre e dicembre) i "volumi" prestabiliti vengono quasi sempre raggiunti e quindi la loro capacità di "ritirare" i rifiuti si riduce. A questo poi va aggiunto un altro fattore importante: le imprese, nel 2018, hanno messo in campo alcuni segnali di ripresa. Segnali che se da un lato vanno visti con ottimismo, dall'altro significa che ad un aumento della produzione consegue un innalzamento dei quantitativi dei rifiuti prodotti. Sempre quest'anno poi sono cambiate un paio di normative ambientali e alcuni rifiuti sono passati dalla categoria "non pericolosi" a quella di "pericolosi". Mi riferisco ai fanghi delle fosse settiche e ai fanghi del trattamento delle acque. Un "passaggio" che in un'ottica di ambiente va accolto positivamente: quando si parla di salute, ogni attenzione è preziosa.

Il "Decreto salva Italia" affronta e dà risposte anche all'argomento di questa rubrica. In estrema sintesi, il Decreto mette in primo piano il principio della "tipologia" dei rifiuti e non quello della territorialità. Mi spiego meglio: prese le due "categorie", quindi i rifiuti urbani e quelli industriali, i "ricevitori" - i termodistruttori, gli inceneritori e le discariche - devono dare la precedenza ai primi. Questo comporta che se da un'impresa "x" esce un rifiuto speciale pericoloso che deve essere smaltito e che gli impianti delle zone limitrofe sono già a pieno regime con i RSU (e quindi non possono accettare quel rifiuto industriale), il suo conferimento potrebbe richiedere un viaggio di molti chilometri. La conseguenza è abbastanza logica: si smaltisce il rifiuto in maniera sicura ma si inquina molto per il suo trasporto.

Sergio Costa, il nuovo Ministro italiano dell'Ambiente, ha detto recentemente di voler ristabilire il "principio della vicinanza": un impegno che dal punto di vista ambientale va accolto con grandi favori. L'UE, che detta le linee-guida ai singoli Paesi su diversi "argomenti", ha vietato la costruzione di nuove discariche, ponendo anche una serie di limiti agli inceneritori. Più volte ha sottolineato come occorra sempre rispettare il territorio, però è anche vero che la produzione di rifiuti continua a crescere (segnale, questo, di una ripresa delle attività e quindi dell'economia) e quindi va trovato il giusto equilibrio. Come si devono comportare le imprese, costrette a mettersi in fila dietro ai furgoni e ai camion degli "urbani"?

L'unico "asso" che si possono giocare non è quello del portafoglio ma piuttosto quello del "risparmio" degli sprechi. Certo, quasi la totalità dei loro rifiuti va conferita negli appositi siti, ma credo anche che ci siano "margini" per ridurre i quantitativi.

La cultura d'impresa si fa anche in questa maniera.