Ieri e oggi, “DiMMi” da dove vieni
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Martedì 13 Marzo 2018

Museo Emigrante prima

 

di Alessandro Carli

 

E' un atto di fedeltà e di coerenza, quello che porta avanti il Museo dell'Emigrante di San Marino, aperto oltre 20 anni fa e diretto oggi da Patrizia Di Luca: fedele al suo nome, si impegna a recuperare la memoria di chi è stato protagonista di questa esperienza e a raccontare, attraverso immagini, documenti e oggetti, l'epopea di tantissimi sammarinesi che soprattutto nel Novecento sono partiti per il Sud America, gli USA la Francia, il Belgio. Un recupero della memoria fatto di parole, fotografie ma soprattutto storie. Storie che non solo semplici storie, ma "spaccati" di vita vera, vissuta in prima persona. Viaggi con bagagli fisici – valigie, sacchi di tela, sogni, cappelli – e con quella sensazione che i greci antichi chiamavano con assoluta precisione "nostos", la "nostalgia del ritorno".

Come Alfio Beccari, che nel 1950 lascia San Marino per andare a lavorare il Belgio: "Eravamo in undici di San Marino, c'erano degli scaglioni da dieci, undici quasi tutti i mesi...". Parte perché sua mamma "aveva tre figli, mio padre era morto quando io avevo sei anni... è morto in Germania, dopo essere stato in America e anche in Africa". Unica consolazione, i compaesani. "Ci facevamo coraggio tra di noi..." scrive in una lettera. Belgio, a metà del Novecento, significava principalmente una cosa: andare sotto terra, sino a 850 metri. "La prima notte che siamo andati in miniera la mattina siamo venuti fuori con una grande paura, tutti sporchi di carbone, quel legno che scricchiolava. 'Qui da un momento all'altro va a finire che rimaniamo sotto', pensavo".

Come Pietro Tura, che parte anch'egli per il Belgio. "Avevo poco meno di vent'anni, quella volta non eravamo stati neanche a Rimini... lasciare il padre, la madre, i fratelli, è una cosa quasi indescrivibile...".

Come Luigi Mazza, che va negli USA assieme alla moglie ma che al ritorno guardava "sempre quel lembo di terra dove adesso c'è la Cassa di Risparmio a Gualdicciolo e io avrei dato l'anima per averlo...".

Come Liliana Barbanti, partita assieme al marito per andare a cercare fortuna negli Stati Uniti. "Avevamo programmato di stare là 5 anni, e invece, siamo rimasti 11 anni! Io contavo ogni giorno che mancava al ritorno... perché pur di tornare a San Marino io avrei fatto a meno di mangiare" scrive in una missiva.

Come Flavio Moscioni, autore di un bellissimo racconto autobiografico intitolato "Ricordi di un piccolo emigrante". "Fu nel settembre del 1927 quando io, mia madre e mia sorella ci imbarcammo un giorno a Genova sul transatlantico 'Roma' per andare a raggiungere mio padre a New York. (...) Io stavo in braccio alla mia mamma, e fissavo sbigottito la terra che a poco a poco si stava allontanando fino a scomparire".

C'è di mezzo il mare - spesso, così come quella necessità di recuperare la memoria delle persone - anche nel nuovo progetto abbracciato dal Centro di Ricerca sull'Emigrazione - Museo dell'Emigrante dell'Università degli Studi della Repubblica di San Marino e intitolato "Diari Multimediali Migranti" ("DiMMi"). Realizzata con l'obiettivo di sensibilizzare e coinvolgere i cittadini sui temi della pace, della memoria e del dialogo interculturale, l'iniziativa è caratterizzata da un comitato scientifico nel quale sono presenti, fra gli altri, l'Archivio delle Memorie Migranti, l'Associazione Fratelli dell'Uomo, la Fondazione Archivio diaristico nazionale e, come detto, il Centro di Ricerca sull'Emigrazione dell'Università degli Studi della Repubblica di San Marino. A metà settembre dello scorso anno a Pieve Santo Stefano, in provincia Arezzo, si è tenuta la premiazione dei migliori scritti ed è stata lanciata la nuova edizione con una piccola ma sostanziale novità vi potranno partecipare cittadini di origine o provenienza straniera che vivono o hanno vissuto in Italia e a San Marino. Il bando è aperto fino al 15 giugno prossimo e sarà diviso in tre categorie: uomini, donne e giovani fino ai 21 anni.

Ieri come oggi, al centro di questo progetto c'è il bisogno di dare voce a chi non ne ha. A chi "è meglio non ascoltare e nemmeno leggere" perché "può dare fastidio". Perché riguarda persone che vivono in un altro Paese e non noi direttamente, perché "è una cosa lontana", perché "è meglio non sapere". Perché la diversità può fare paura. Perché aprirsi e sapere, per alcune persone, vuol dire "minare" (potenzialmente) il proprio benessere.

Il dramma, nonostante il tempo, è lo stesso. Storie di viaggi, di abbandono forzato della "Matria", la "mamma-Patria". Storie che lo scorso settembre sono "ufficialmente" uscite e quindi diventate "più vive".

Come quella di Azzurra, ragazza nigeriana albina sopravvissuta alle discriminazioni e le violenze legate alla sua anomalia congenita.

Come quella di Faiz, egiziano, che "lascia la scuola perché non era bravo" e che a sette anni inizia a lavorare la terra. A 11 anni si compra una macchina. Il padre, poco tempo dopo, ha un incidente e il giovane Faiz decide "di prendere il suo posto se no morivamo di fame". Un giorno il padre gli comunica che deve partire. "Ho messo i vestiti nuovi che mi avevano comprato. Mia madre piangeva sulla porta e mi teneva in braccio".

Faiz parte assieme ad altre persone. Una di questa si chiamava Mahmod. "L'acqua si faceva più alta e ho chiesto a un ragazzo di aiutarmi". Lui gli ha risposto di stare lontano perché nemmeno lui sapeva nuotare. "Stavo annegando e mi buttavo sopra di lui. Dopo un po' è morto. Ho usato il suo corpo come galleggiante". Oggi Faiz vive a Casa Sassuolo.

Come quella di Ibrahim, che ha vinto la sezione "giovani", proveniente dalla Costa Occidentale dell'Africa e che fugge in Libia. Qui, nel 2015, viene rapito dagli Asma Boys che lo tengono prigioniero per un mese e una settimana. Riesce a fare da "aiuto" a un piastrellista e, finito il lavoro, torna ad essere libero. Gli Asma Boys lo imprigionano una seconda volta, nel 2016. Lui e gli altri organizzano una fuga ma durante la "ricerca della libertà" Ibrahim viene ferito gravemente ad una gamba: ha i nervi e i tendini del piede lacerati. Viene portato in ospedale a Zawiya ma i medici non avevano gli strumenti per operarlo. "Pregavo per morire subito: non riuscivo a sopportare i dolori lancinanti che avevo". L'unica soluzione era arrivare in Italia. "Sono stato ricoverato all'ospedale Lentini dove sono rimasto per una notte, sono stato quindi ricoverato a Catania dove finalmente la mia gamba destra ha avuto cure adeguate".

Ibrahim alla premiazione di "DiMMi" di settembre 2017, non aveva ancora compiuto 18 anni ed era in attesa di un altro intervento chirurgico.