Un “Mistero buffo” scoppiettante: quando Dario Fo lo portò a San Marino nel 1991...
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Mercoledì 18 Marzo 2015

 

di Alessandro Carli

 

Non amo il teatro politico e quindi nemmeno quello di Dario Fo: il suo "Ubu", portato anche a San Marino circa 10 anni fa, non mi entusiasmò affatto. Credo – forse sbagliando – che il teatro sia soprattutto quello che racconti le persone, la vita, i sentimenti. L'Ubu raccontò – attraverso le voci di Darione e della Franca Rame – la storia di tangentopoli. Di certo non andò meglio al Nobel l'ultima visita sul Titano: nelle vesti di pittore, espose circa 200 opere. Durante un incontro con la stampa definì i sammarinesi con un dialettale "gnuc", criticandoli di essersi accorti troppo tardi della sua mostra. Il climax di questo rapporto di amore e odio però risale ai primi anni Novanta. A cavallo della Pasqua del 1991, l'istrionico attore e poeta portò al Nuovo di Dogana la sua pièce più conosciuta, "Mistero buffo" che più che "buffo" fu definito dalla DC "un oltraggio e una grave provocazione al sentimento religioso dei sammarinesi. Pur senza entrare nel merito della rappresentazione del lavoro, che è comunque discutibile, riteniamo che la data prescelta (Pasqua, ndr) costituisca una grave provocazione". Già, ma cos'ha di così "scottante" lo spettacolo? Presentato per la prima volta come giullarata popolare nel 1969, è di fatto un insieme di monologhi che descrivono alcuni episodi ad argomento biblico, ispirati ad alcuni brani dei vangeli apocrifi (terreno di analisi anche di Fabrizio De André, che un anno più tardi mise alle stampa il capolavoro "La buona novella") e a racconti popolari sulla vita di Gesù. E' recitato in una lingua reinventata, una miscela di molti linguaggi fortemente onomatopeica (detta grammelot), che assume di volta in volta la cadenza e le parole, in questo caso, delle lingue locali padane.

Con questo testo Fo punta proprio a far rivivere la cultura delle classi subalterne, da sempre messa in disparte, quasi cancellata o interpretata non nel significato autentico. La spiegazione più convincente di tale concetto fa quasi da premessa a Mistero buffo con il primo capitolo intitolato Rosa fresca aulentissima. L'opera, conosciuta anche come Contrasto di Cielo d'Alcamo, poeta della Scuola poetica siciliana, è un dialogo fra un gabelliere che vorrebbe fare l'amore e una ragazza che si rifiuta. Fo, invece, alternando citazioni erudite a battute, sostiene che si tratta di un testo di origine popolare, precisamente di una ballata, che poteva anche essere recitata nelle piazze. Il punto centrale dell'opera è costituito dalla presa di coscienza dell'esistenza di una cultura popolare, vero cardine della storia del teatro ma anche di altre arti, che è stata sempre, secondo Fo, posta in piano subalterno rispetto alla cultura ufficiale.

Do atto a Fo di aver saputo far parlare di sé ogni qual volta si è recato sul Titano.