Quei "Pigs" che turbano i sonni degli investitori internazionali
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Venerdì 12 Febbraio 2010

“Pigs”, porci, li chiamano i compiti media anglosassoni dalle iniziali di Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna. O anche Piigs, aggiungendoci l’Italia per palese misomediterraneismo. Uno studio di Ubs, che è una delle due più grandi banche svizzere, conferisce qualche legittimità a questa “porcheria” perché elenca i maggiori rischi-Paese europei come segue: Grecia, Portogallo, Irlanda, ma poi, sorpresa!, Gran Bretagna, Spagna, Francia e Italia (nell’ordine). Una classifica basata sul debito totale vedrebbe invece gli inglesi al primo posto. E se la maggior parte dei Paesi che tanto turbano i sonni degli investitori in realtà non sta affatto peggio della Gran Bretagna, vale pur sempre il vecchio detto “Quod licet Jovi, non licet bovi”: c’è chi può... e c’è chi, come il Portogallo, si vede precipitare da un giorno all’altro nel baratro della diffidenza, dal quale è poi complicatissimo svellersi. Di trovarsi in questo baratro un governo si rende conto quando gli investitori si fanno assai pregare a sottoscrivere prestiti, e poi chiedono tassi d’interesse sensibilmente più alti di quelli pagati dalla Germania (che è il benchmark). Il Portogallo è stato promosso ad un ruolo di centro dell’attenzione degli operatori del mondo intero, scrive Nuno Serafim, analista di Ig Markets, “pelas piores razões”, per i peggiori motivi. Il tasso sui titoli di Stato decennali è arrivato a 4,72%. L’indicatore più sintetico di questa malevola attenzione è però il livello dei credit default swaps, che sono intorno a 160 punti base (400 per la Grecia, il cui default è considerato probabile) dopo aver fatto registrare un massimo di 238 agli inizi di febbraio. Ma il Portogallo in effetti non è come la Grecia. Le sue finanze non sono mai state altrettanto allegre, le sue statistiche mai altrettanto sfrontatamente bugiarde. Negli scorsi due decenni vi sono state numerose privatizzazioni e liberalizzazioni, inclusi i settori della finanza e delle telecom. Il Paese è membro dell’unione monetaria europea dal 1998. La crescita economica si è mantenuta al di sopra della media dell’Unione Europea per tutti gli anni Novanta anche se ha rallentato nel nuovo millennio, facendo segnare nei tre ultimi anni tassi reali di variazione del pil dell’1,9%, 0,0% e -3,3%. Il livello attuale del pil pro capite è pari ai due terzi di quello dell’Unione Europea nel suo complesso. Il problema, casomai, è che come in Grecia le misure di austerità stanno incontrando l’opposizione attiva di vasti ceti danneggiati dall’epico tiro di cinghia imposto alla popolazione. Per di più il governo socialista è un governo di minoranza, dunque in essenza debole e provvisorio. Proprio negli ultimi giorni il Parlamento ha passato, contro le indicazioni del governo, una legge sulla finanza regionale che traligna dalla “retta via” del riequilibrio fiscale. Un brutto segnale, ha commentato il ministro delle Finanze Fernando Teixeira dos Santos, che ha subito dichiarato che si darà da fare perché la legge non venga applicata (detto da un ministro, è da dimissioni sull’unghia). Ma la posizione del Portogallo, ha aggiunto, in realtà è gestibile. “I nostri fondamentali mi sembrano buoni”, ha detto Teixeira dos Santos: “Abbiamo già implementato importanti riforme strutturali nella sicurezza sociale, nell’amministrazione pubblica – un bel po’ di importanti cambiamenti per modernizzare il Paese, innalzare la competitività e migliorare la qualificazione delle nostre risorse umane”. Restano però le cifre che sanguinano: un deficit pubblico al 9,3% e debito dello Stato al 76,6% del prodotto interno lordo. Un recente studio effettuato dal colosso bancario italiano Unicredit ha trovato che il Portogallo “ha forti squilibri fiscali e di bilancia commerciale. Inoltre, il suo approccio per riportare il deficit fiscale in carreggiata è troppo tiepido, tenuto anche conto che nel 2010 le previsioni sono ancora di un calo del Pil (-1%)”. Di più: il governo di Lisbona - scrive sempre Unicredit - ha una maggioranza labile, “e non sembra in grado di fare le riforme necessarie”. Purtroppo, questa sembra essere anche l’opinione dei signori della finanza, che nelle ultime settimane stanno concentrando le loro zampate contro l’euro nella persuasione che i Paesi minori siano davvero nelle peste - e che neppure in via officiosa i Paesi più forti intendano farsi garanti dei loro debiti. Che i debitori debbano assoggettarsi a qualche anno di vacche magre è ormai incontestabile, ma nell’Unione nessuno vuole fare la figura dello Shylock di turno che obbliga i piccoli a vivere male. E se lo facesse il Fmi, che in questo campo è del tutto spudorato e alle manifestazioni di protesta non fa neanche più caso, sarebbe per l’Europa un duplice smacco: mostrerebbe che l’unione monetaria non basta a sé stessa e darebbe voce in capitolo agli Stati Uniti, che del Fondo sono i veri burattinai. Con l’unica consolazione che in tv il simpatico Barack Obama parlerebbe di “Eurmageddon”.

Paolo Brera

 

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