Parte da Obama l'attacco al cuore del capitalismo?
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Martedì 09 Febbraio 2010

In un modo o nell’altro, l’economia mondiale non sarà più la stessa se passeranno le misure del presidente americano. Obama, si capisce, ha contro tutte le banche del mondo, che a Davos hanno aperto il fuoco con tutti i calibri e tutte le gittate. Sparandosi però nel piede, come recita il detto inglese. Infatti l’opinione pubblica mondiale, e prima di tutto quella degli Stati Uniti, è completamente a favore delle regole proposte da Obama, viste come un mezzo per far sputare ai gattoni grassi della finanza globale i milioni di dollari che questi pretendono di mettersi in tasca ora, come se i buoni risultati delle banche nell’anno appena trascorso si dovessero alla loro sagacia e non ai trilioni regalati dagli Stati negli innumerevoli salvataggi. “Se questa gente vuole la rissa, è una rissa alla quale sono più che disposto”, ha detto Obama nell’annunciare il suo piano contro le maggiori banche. “Vedo profitti da record in quelle stesse imprese che asseriscono di non poter fare maggiori prestiti alle piccole imprese, di non poter tenere bassi i tassi applicati allo scoperto in carta di credito e di non essere in grado di restituire al contribuente i soldi dei salvataggi… Mai più il contribuente americano sarà preso in ostaggio da banche che sono troppo grandi per fare fallimento!” Quello che propone Obama è solo in parte definito. L’elemento più chiaro è l’imposta dello 0,5 per cento sulle passività bancarie, una misura che colpisce a tappeto quasi tutti gli intermediari finanziari. Le passività sono ciò che le banche devono a qualcun altro, prima di tutto i correntisti e gli obbligazionisti ma anche (e nel recente passato, prevalentemente) altre banche che prestano sul mercato interbancario. La logica dietro l’imposta è chiara: se lo Stato deve comunque garantire queste passività, non può però farlo gratis, per evitare il ‘moral hazard’. Di fatto, gli intermediari ‘troppo grandi per fallire’ sanno che in caso di guai non saranno loro a rimetterci, quindi sono incentivati ad assumere rischi mostruosi: se va bene intascheranno utili (e bonus per i top manager), se va male, abracadabra! arrivano i soccorsi dei contribuenti. Il semplice prelievo di una tassa non garantisce però che le banche si asterranno dai comportamenti rischiosi. Per questo sono necessari gli altri punti del programma enunciato da Obama, che però sono anche quelli meno chiari per il pubblico e dunque più esposti al rischio di essere dirottati dalla discussione al Congresso. Il presidente americano prevede di limitare le possibilità di indebitamento delle banche che accettano depositi dai risparmiatori, mettere un tetto alle loro dimensioni, impedire loro di operare in proprio su mercati derivati, escluderle dalla proprietà e dalla gestione di hedge funds e dall’investimento in capitale di rischio. Queste limitazioni, prese insieme, configurano un serio impedimento alla mobilità del capitale. E hanno avuto un riscontro positivo presso numerosi altri governanti, anche loro alle prese con l’indignazione per i bonus ‘osceni’ (l’espressione è di Obama) che i banchieri intendono pagare a sé stessi anche quest’anno. A Davos, i banchieri hanno cercato di contrattaccare. Troppa regolazione, tasse troppo alte, ed ecco che le banche non sarebbero più in grado di prestare, col risultato di strangolare nella culla la ripresa economica. Ma l’argomentazione suona un po’ stridula e nessuno la prende per buona. La restrizione creditizia è già pienamente in atto: per moltissimi operatori del settore reale, il credito è scarso e caro esattamente quanto prima. Su questa situazione le banche fanno sugosi profitti mentre milioni di persone hanno perso il lavoro e sono a spasso. Come dice George Soros, “Sfortunatamente le banche che hanno avuto risultati fenomenali hanno fatto finta di esserseli guadagnati. In realtà è stato un regalo, un regalo nascosto degli Stati che hanno messo a disposizione il denaro a costo zero”. Ma è inutile agitarsi: questi comportamenti non sono un’anomalia, sono il normale modo di funzionare del capitalismo finanziario. I soldi e il potere non derivano se non in via eccezionale da performance particolarmente buone, ma dal controllo e dalla monopolizzazione di qualche risorsa o posizione chiave. Il vero capitalismo ‘buono’ è solo quello dei piccoli, che non hanno modo di controllare gli indirizzi della società né di monopolizzare alcunché e devono quindi, se vogliono guadagnare, soddisfare meglio e/o in modo più economico i bisogni del mercato anziché manipolarli o imporre il modo di soddisfarli. Tale è la lezione dell’ultima crisi. Ma sarà davvero Obama a impostare un’autentica azione di rimedio?

Paolo Brera