Il dialetto di Guccini tra la via Emilia e il West
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Martedì 09 Febbraio 2010

Con ogni probabilità, il dialetto è l’ultimo vettore identitario di una civiltà che, in piena era globish, tende a dimenticare le proprie origini. Un tesoro che ha attirato - perché gli idiomi locali hanno un fascino misterioso e filologico – anche Francesco Guccini, che, tra un album, un concerto e un libro, ha trovato anche il tempo di indagare la lingua parlata a Pavana, paese di 1.400 anime, una sorta di crocevia ideale in cui confluiscono tre dialetti ben differenti tra di loro, in cui prevalgono ora i tratti emiliani ora quelli toscani. In occasione della messa in scena della “Mostellaria” di Plauto – tradotta dallo stesso Guccini e ospitata al Teatro della Regina di Cattolica a metà gennaio – il celebre cantautore ha parlato del ruolo del dialetto.

Che rapporto ha con il dialetto?

“Il pavanese - racconta - è una lingua vernacolare che ormai parlano solo gli anziani tra loro. I pavanesi sono toscani e quindi hanno sempre avuto facilità a passare dal dialetto alla lingua, eppure c’ è un maggior grado di emilianità, a differenza che in altre frazioni vicine, come il treppiede. Sono nato a Pavana, il paese di mio padre, vi ho trascorso i primi cinque anni di vita e ogni anno vi tornavo per periodi più o meno lunghi. Nell’85 ho cominciato la stesura di un vocabolario del pavanese, pubblicato nel 1998 per i mille anni del mio paese”.

Perché un vocabolario?

“Il mio vocabolario aveva un unico scopo: quello di conservare un dialetto come testimonianza di una piccola popolazione, anche se il dialetto poi è trasversale a tante altre popolazioni di quella stessa zona, che altrimenti sarebbe andato perduto, perché ormai questo dialetto è scomparso quasi totalmente, dato che lo parlano solo gli anziani che, per ragioni anagrafiche, stanno scomparendo. Io stesso che bambino non sono più non l’ho mai parlato e così i miei coetanei. Lo ricordiamo, sappiamo parlarlo all’occorrenza, ma parlarlo abitualmente non è mai successo. Quindi, diciamo, è solo servito a tenere fermo un patrimonio che altrimenti, nel giro di pochi anni, sarebbe scomparso del tutto. In quell’occasione sono state organizzare delle manifestazioni, delle iniziative. E io ho curato questo vocabolario. Mi piace il dialetto: ho tradotto tre commedie di Plauto. E’ buffo questo passaggio dal latino al dialetto pavanese; dialetto che finora non era mai stato scritto. È un’affermazione del dialetto. Siccome non viene quasi più parlato, ecco, ci tengo che qualcosa rimanga. Ho tradotto Plauto in pavanese e non è stato difficile, perché si tratta più o meno della stessa civiltà linguistica. E’ un dialetto che non si è adeguato al linguaggio corrente e alla realtà d’oggi, è un fossile, dunque è inevitabile che muoia, purtroppo”.

Perché Plauto?

"Di Plauto mi attrae la comicità elementare, la macchina scenica fatta di doppi sensi, gli stereotipi semplici, le situazioni che si ripetono, la familiarità con la nostra società. Plauto rappresenta la vita dei pavanesi degli anni ’30: un bicchiere di vino, una partita a briscola. Si tratta di un dialetto fruibile, orecchiabile. Credo che il pubblico riesca a capire il 99% delle battute. Il Magnifico Rettore dell’Università di Bologna Ivano Dionigi, un grande latinista, ha trovato la mia traduzione molto divertente”.

Come ha lavorato sul linguaggio?

“Mi affascinano le parole. Darei chissà cosa per sapere come si dicevano ‘buongiorno’ i terramaricoli della pianura padana preistorica. Al di là delle parole, c’era il problema di tradurre le espressioni ‘per Giove’ o ‘per Ercole’ (‘mehercule’ in latino, ndr). Ho optato per un ‘diolài’. Nel piccolo dizionarietto pavanese la ragazza diventa ‘patozza’. ‘Pusignare’ invece significa ‘fare uno spuntino fuori pasto’, spiluccare. ‘Coiò’ equivale ad ‘acciderba’. I ‘burdigoni’ invece sono i grilli. Un esempio: ‘a ‘n n’ tanti burdigoni per la testa’ può essere inteso come ‘non ha tanti grilli per la testa’. E le ‘bùccole’ non sono altro che gli orecchini”.

Cosa rappresenta Pavana per lei?

“Ho vissuto principalmente in tre posti: Pavana, Modena e Bologna. Luoghi che ho raccontato nei romanzi ‘Cronache Epifaniche’, ‘Vacca d’un cane’ e ‘Cittanòva Blues’. A Modena ho iniziato a suonare, in principio per imitare il rock ‘n roll. Modena l’ho cantata in ‘Piccola città’, Bologna nella canzone omonima, mentre per Pavana ho scritto ‘Radici’. E Pavana è il luogo del ritorno che ricerco. Infatti ormai è qui che sono tornato a vivere”.

C’è una canzone non sua che avrebbe però voluto scrivere?

“Molte. Ho tradotto in dialetto modenese ‘La ziata’ di Jean Manuel Serrat, un pezzo molto bello, scritto e cantato in catalano”.

Il 19 febbraio lei è in concerto all’Adriatic Arena di Pesaro. Il manifesto dell’evento è la copertina di “Via Paolo Fabbri, 43”. Un po’ datata. Perché?

“Dipende dal tour. Per quel che riguarda le locandine, ho chiaramente anche altre foto. In genere la scelte è legata soprattutto ai dischi: se porto in giro un nuovo album oppure no. ‘Via Paolo Fabbri, 43’ è diventato, nel tempo, un logo. Ci sono affezionato”.

Il concerto inizierà con “Canzone per un’amica” e si chiuderà, secondo tradizione, con “La locomotiva”. In mezzo, molti dialoghi con il pubblico – perché è come essere in un’osteria di fuori porta – e almeno 40 anni di Grande Storia. Raccontata con quella erre lì. Con quella voce lì. La sua, unica.

Alessandro Carli