La vera "malata" d'Europa è l'Inghilterra
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Lunedì 01 Febbraio 2010

Poche storie, lasciamo da parte la solita Grecia, lasciamo da parte la solita Islanda e la solita Irlanda, qual è oggi il vero “malato” dell’Europa finanziaria? La risposta la si sente sussurrare in giro solo da poco. I commentatori in effetti soffrono di un’incredibile inerzia: se per decenni si parla di un Paese in un certo modo, è molto difficile poi cambiare la solfa. Specie poi se il mutamento è talmente radicale. Si passa infatti da una Gran Bretagna (poiché appunto di quel Paese si tratta) vista come un modello per la sua poca burocrazia, l’efficienza del settore finanziario, il liberismo – a una Gran Bretagna coperta di debiti, in rosso da decenni nei conti con l’estero, dalla moneta che si deprezza nei confronti delle principali valute mondiali. Il contrasto non potrebbe essere più marcato. Già, il contrasto è marcato, eppure ciò che sta emergendo è semplicemente l’altra faccia, color verde bile, di quella rosa porcello descritta negli anni precedenti. Se infatti uno si butta dal ventesimo piano, finché non incontra il selciato della strada può godersi la fresca arietta che sente in faccia: a patto che riesca a non pensare a ciò che inevitabilmente succederà nel momento esatto in cui la velocità (e dunque l’arietta in faccia) arriverà al suo massimo. Nella vita reale, ad anestetizzare i giù-cadenti di turno hanno pensato i media. Sul modello britannico, solo lodi. Ma quali erano gli ingredienti del celebrato modello? Come in tutto il mondo anglosassone, il principale era il debito. Quasi tutti potevano farsi prestare i soldi per comprarsi la casa e per consumare. Questa è diventata per la società una vera e propria tossicodipendenza. Nel 2008, quando è esplosa la crisi dei subprime e il motore ha cominciato a imballarsi, in proporzione al loro reddito le famiglie britanniche avevano il debito più alto del G-7 e il saldo negativo delle carte di credito più alto d’Europa. Quest’ultimo punto è particolarmente significativo, anche se di solito sottovalutato dai media, perché si tratta di una componente del debito a interessi usurari (anche 20 per cento) e dunque destabilizzante. Non meravigliamoci se per le carte di credito le banche sono oggi costrette a portare a perdita cifre sempre più grosse: nel terzo trimestre del 2009, secondo la Bank of England, 1,6 miliardi di sterline, contro 800 milioni in ciascuno dei due trimestri precedenti e un totale di 3,2 nel 2008. Per avere un’idea; nello stesso anno i mutui ipotecari in default hanno raggiunto solo un totale di 408 milioni, e nei primi nove mesi del 2009, circa 780. Questo enorme debito non potrà che intralciare la ripresa. Sebbene nelle ultime settimane siano usciti diversi dati che parrebbero prefigurare un recupero, letti meglio questi dati non sembrano più tanto positivi. L’iscrizione di nuovi nomi nelle liste di disoccupazione è diminuita, ma l’occupazione sta scendendo in tutti i comparti salvo nei programmi governativi di sostegno, che sono in boom. I consumi sono aumentati, ma il centro di previsioni economiche Item Group della Ernst & Young osserva che questo è successo in virtù di condizioni transitorie: il ciclo delle scorte delle imprese, il premio alla rottamazione e il taglio dell’Iva, scaduto all’inizio dell’anno. “Una volta che si saranno esauriti gli effetti di questi stimoli temporanei, è difficile vedere da dove verrà fuori la crescita, nel breve termine”, dice l’Item Group. “Davanti a noi c’è un lungo, lungo periodo di riabilitazione”, ha detto alla Bbc Graham Turner, della Gfc Economics, quantificandolo in forse dieci anni. L’economia dovrà cercarsi i clienti fuori dai confini, ma la base produttiva è compromessa da decenni di finanza pigliatutto e la competitività, anche al nuovo livello della sterlina, è dubbia. Da vent’anni e più la bilancia dei pagamenti del Paese è in profondo rosso. Nella sostanza, ciò che il governo e la banca centrale hanno fatto l’anno passato è stato salvare le banche e stimolare i consumi con ciclopiche iniezioni di denaro. Il prezzo: trasferire parte del debito privato allo Stato e someggiare sul groppone del settore pubblico un bel po’ di cartastraccia-bond, quelli cioè azzoppati dalla crisi dei subprime. Così facendo si è indebolito il merito di credito di Sua Maestà, che non è più al di sopra di ogni sospetto, come indicano i tonitrui moniti di Fitch e di Standard&Poor’s. Se la celebre canzone diceva “I Britanni non saranno mai schiavi”, la versione aggiornata si teme ormai possa essere “I Britanni non saranno mai solvibili”. La recente ripresa dell’inflazione – 2,9% all’anno è l’ultimo dato, alquanto superiore alle aspettative – potrebbe costringere la banca centrale ad aumentare i tassi. Se nell’immediato questo ha rafforzato la sterlina (il solito effetto paradossale di un mercato finanziario minus habens), nel giro di un anno i tassi potrebbero colpire al cuore il bilancio pubblico. L’unica via d’uscita sarebbe un forte impulso dell’industria: non fosse che la Gran Bretagna, di industrie, non ne ha quasi più.

Paolo Brera