Il valore della ricerca (ma senza Wikipedia)
PDF Stampa
Lunedì 06 Maggio 2013

 

di Simona Bisacchi Lenic

 

Una ragazzina deve fare una ricerca di geografia, su un paese europeo. Apre il pc. Va su internet. Entra nel sito di Wikipedia. Digita il nome del Paese. Spinge "Stampa". E voilà! La sua ricerca è finita. Nemmeno legge il foglio stampato. Figuriamoci poi controllare se i dati riportati sono esatti, se ci sono refusi o fonti inattendibili. La ricerca è fatta. La ragazzina fa le medie. Fa parte di quella generazione che non sa cosa significhi vivere senza telefonino e studiare senza internet. A 13 anni ha probabilmente una conoscenza tecnologica che la maggior parte dei quarantenni di oggi non raggiungerà mai. È una figlia del futuro. Di un futuro che si immagina sempre più digitalizzato, e sempre meno cartaceo. Eppure, imparare a fare una ricerca senza Wikipedia, magari senza internet, è un esercizio che ha un valore anche in un mondo tecnologicamente avanzato. Ricercare sui libri, scegliere tra tanti a disposizione, e poi trascrivere, ricopiare, ma anche parafrasare per rendere tutto più semplice sono gesti che arricchiscono la mente, ampliano le capacità. È attraverso la scelta che si sviluppano le potenzialità. Poter scegliere - saper scegliere - quali temi scartare, quali approfondire, quali argomenti illustrare o segnalare è un'esperienza, oltre che un compito. Scegliere racconta chi sei, anche quando si tratta di una ricerca per la scuola. Scegliere è una possibilità così grande, che è un peccato delegarla a Wikipedia.

Internet è un dato di fatto. È una realtà con cui tutti - studenti e professionisti - hanno a che fare. Ma non ci si può fermare lì. L'elasticità mentale, la capacità di organizzare e organizzarsi - e quindi il concetto di ordine - si conquistano anche ricercando, archiviando, sottolineando quello che non si capisce, scoprendo qualche parola obsoleta che nemmeno sapevi esistesse. Scrivere a penna, leggere un libro, fare calcoli semplici su un foglietto non sono gesti che possono essere abbandonati, perché "tanto c'è il computer". La generazione dei quarantenni di oggi non è nata con un tablet in tasca, eppure ha imparato in fretta a utilizzarlo. Ma se ai ragazzi non si insegna a "cercare", saranno in grado di imparare a farlo altrettanto a facilmente una volta adulti? Non è necessario arrivare a pensare cosa succederebbe se un giorno si spegnessero i computer. Non è necessario uno scenario catastrofico per cogliere l'importanza di un lavoro scritto a mano, senza l'aiuto del correttore ortografico. L'importanza di un lavoro dove si possa cogliere l'originalità del singolo, invece della standardizzazione del copia e incolla. Un lavoro dove si possano anche cogliere le lacune dei ragazzi, e avere la possibilità di colmarle. Internet, smartphone, pc si usano per lavoro, per studio, per passatempo. Si usano sempre. Non c'è il rischio che qualcuno non ne faccia uso a sufficienza. I ragazzi sanno usare questi strumenti con assoluta facilità. Ma dobbiamo fornire loro tutti gli strumenti per usare con altrettanta facilità la testa, il buon senso, il discernimento, e la capacità di scegliere se scrivere una e-mail o una lettera da imbustare. I ragazzi non devono vergognarsi di entrare in biblioteca perché "non sanno come funziona". Non devono essere intimoriti dallo scrivere senza l'aiuto del correttore ortografico. Perché da adulti - indipendentemente dal lavoro che faranno, che diventino postini o ingegneri – tutti dovranno prendere decisioni, relazionarsi (dal vivo) con il prossimo, imparare sempre cose nuove. Ma come faranno, se nessuno ha mai insegnato loro nemmeno quelle vecchie?