Erga omnes e rappresentatività. Ecco come funziona a San Marino
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Martedì 20 Novembre 2012

Palazzo Pubblico San Marino

 

SAN MARINO - Erga omnes. In italiano corrente il termine indica quegli aspetti dei contratti collettivi di lavoro che devono essere applicati a tutti quanti.

Correva l’anno 1959 quando l’Italia introdusse l’applicazione del principio della validità erga omnes ai contratti di lavoro, con i celebri Decreti Vigorelli. San Marino fece altrettanto nel 1961, riprendendo il principio e introducendolo pari pari nella “Legge per la tutela del lavoro e dei lavoratori”. E lì è rimasto fino ad oggi, malgrado lo scenario sia così rapidamente cambiato, malgrado non ci sia più una sola sigla sindacale a rappresentare tutti i lavoratori e una sola associazione di categoria a tutelare la controparte datoriale. Piccolo particolare. Il giudice, in Italia, già nel 1960 dichiarò la norma incostituzionale e finì nel dimenticatoio.

L’art. 9 della Legge n. 7 del 17 febbraio del 1961 prevede l’efficacia erga omnes delle singole clausole “più favorevoli” per i lavoratori.

Riportiamo l’articolo integralmente, tanto è breve: “Il contratto collettivo di lavoro stipulato tra uno dei Sindacati ed un altro antitetico ha efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali esso si riferisce. Nel caso in cui si verificasse il concorso di più contratti saranno applicate le clausole più favorevoli ai prestatori di lavoro. Il contratto collettivo continua a produrre i suoi effetti dopo la scadenza, fino a che sia intervenuto un nuovo contratto collettivo”.

Questo significa che se una organizzazione sindacale o datoriale sottoscrive un contratto di lavoro per la propria categoria con condizioni migliorative nel trattamento dei lavoratori, anche se questa associazione o sindacato rappresenta l’1% dei lavoratori, questa teoricamente vedrebbe prevalere la propria visione a discapito di chi rappresenta il rimanente 99%.

In che caso si applica il principio dell’erga omnes? Si può applicare soltanto nel caso in cui un lavoratore, uno solo, uno qualsiasi, decida di schierare un giudice tra sé e la propria azienda, per chiedere di non ritenere valido il contratto di lavoro che lo riguarda ma quello sottoscritto da un'altra categoria, sempre afferente al medesimo settore. Il giudice del lavoro si deve allora attivare per stabilire se le condizioni richieste dal lavoratore sono effettivamente “migliori” per il lavoratore stesso e in quel caso prende gli aspetti che ritiene più vantaggiosi dell’altro contratto e li applica a tutti i lavoratori.

È vero che la legge è legge, ma la stortura normativa in questo caso è palese. E poi c’è la prassi, che in tempi recenti (vedasi accordo tripartito e il “vecchio” contratto degli artigiani) ha portato ad applicare diverse tabelle e diversi trattamenti per contratti sottoscritti da diverse associazioni. Una questione di buon senso, fino a che la politica non si sveglierà dal torpore.