San Marino, frontalieri: ad majora il decreto è abortito
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Martedì 07 Agosto 2012

 

di Loris Pironi

 

Promessa mancata. Che sorpresa. A dire il vero non è che ci aspettavamo davvero che il Governo, agli sgoccioli, mettesse in pratica quanto ha annunciato per mesi e mesi senza mai dimostrare vera convinzione, ovvero scrivesse le poche righe di un provvedimento per andare ad assicurare ai lavoratori frontalieri il recupero, sia pure parziale, delle Spese Produzione Reddito relative all’anno 2011, quelle che erano state cancellate con un colpo d’accetta con il famigerato articolo 56 della Finanziaria dell’anno precedente. Però una parola data è una parola, e la speranza di vedere mantenuto quanto affermato a più riprese, in fondo al proprio cuore, i 6 mila lavoratori frontalieri, l’avevano riposta.

Questa settimana si è riunito l’ultimo Consiglio Grande e Generale della Legislatura, prima dello scioglimento anticipato e delle elezioni d’autunno. L’ordine del giorno ha previsto una serie di ratifiche di decreti stilati dal Congresso di Stato - ora in regime di ordinaria amministrazione - e naturalmente il decreto inerente ai frontalieri non c’è.

Ha prevalso, dobbiamo supporre, la ragion di bilancio, perché quei soldini fanno comodo per andare, sia pure in minima parte, a tappare il buco nei conti pubblici che sta diventando ogni giorno più vistoso. Ma questa è naturalmente una supposizione, sia pure la più logica, perché altrimenti non ci sarebbe motivo per un mancato intervento in tal senso. Ricordiamo che rispetto all’idea originaria di far recuperare ai frontalieri la maggior parte delle SPR del 2011 si era deciso di intervenire in maniera più “soft”, limitando l’intervento ai redditi inferiori ai 24 mila euro e “premiando” quelli con i carichi familiari maggiori. Questo perché il meccanismo che era stato introdotto, come Fixing aveva ampiamente documentato, era andato a penalizzare maggiormente i lavoratori con i redditi più bassi e quelli che avevano moglie e figli a carico.

E poi, sempre parlando di frontalieri, in virtù di questa crisi di governo c’è un altro aspetto che non può essere trascurato. Il fatto che sia saltata la riforma tributaria implica inevitabilmente che il differente trattamento tra lavoratori residenti e lavoratori frontalieri rimanga ancora a tutti gli effetti, malgrado le promesse e le rassicurazioni rivolte al fronte italiano che questa stortura sarebbe stata cancellata. Sì perché la riforma, così come era stata strutturata, in cambio di una serie di detrazioni avrebbe eliminato la voce “spese produzione reddito” da tutte le buste paga, dando anche ai lavoratori italiani (sia pure con alcuni giustificati distinguo) la possibilità di recuperare il 10% delle spese sostenute in Repubblica. Dunque, malgrado proclami e promesse, resta in essere quella che, oltre confine, hanno definito la “tassa etnica”, con buona pace delle relazioni bilaterali.

Naturalmente tutti questi discorsi vanno fatti tenendo conto di questa Legislatura: per ipotesi, una fantasiosa ipotesi, il nuovo Governo che uscirà dalle elezioni potrebbe decidere di mettere in cima alla lista alcuni impegni gli interventi a favore dei frontalieri. Magari, perché no, potrebbe decidere di mantenere l’impegno assunto da questa maggioranza sulle spese produzione reddito. Oppure potrebbe prendersi l’impegno, richiesto a gran voce dalla CSU in queste ultime settimane, di far ripartire la stabilizzazione che si è bloccata negli anni più neri dei rapporti con l’Italia. Già, ad majora…