Visto per voi al teatro Galli: “Radio clandestina” di Ascanio Celestini
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Lunedì 03 Febbraio 2020

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di Alessandro Carli

 

RIMINI – Da lì era partito, 20 anni fa. E lì è tornato. Perché l'attualità lo richiede a piena voce. Perché qualcuno, 20 anni fa, non era ancora nato. Perché qualcuno nel 2000 a teatro non ci andava. Perché, in fondo, è sempre bello ricordare la partenza e capire poi come il tempo ci ha cambiati.

A quattro lustri dal debutto (è stato presentato dal 31 ottobre al 3 novembre 2000 nella cella n.11 dell'ex carcere nazista di Roma), Ascanio Celestini è tornato a sintonizzarsi su Radio clandestina, il monologo imperniato – perlomeno inizialmente – sull'eccidio delle Fosse Ardeatine e che poi si apre a ventaglio sulla storia delle miserie italiane tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento.

Passato sulle assi del Teatro Galli di Rimini il 2 febbraio, lo spettacolo non ha dato segni di rughe, anzi: bellissimo quando si affacciò sul panorama italiani, meraviglioso ancora oggi, forse ancora di più di allora.

Una sedia e tre lampadine. Lo stretto necessario per non distrarre gli spettatori. Al centro del fiume di parole, la pagina nerissima della storia italiana del Novecento. Ascanio, con il suo mulinare di accenti e parole che fanno le capriole, si allontanano per poi riallacciarsi e danzare, racconta – con la sua splendida cadenza romanesca – le tappe dell'avvicinamento a quel terribile eccidio in cui persero la vita 335 uomini, massacrati dai nazisti. Si parte da lontano: l'attore capitolino ripercorre la strada e il tempo, gli anni, e si sofferma sull'assalto di via Rasella, i partigiani, il gracchiare della radio, il prezzo delle pagnotte di pane, la miseria (sempre nobilissima) e la grande povertà. L'abilità di Ascanio va ricercata nel suo saper affrontare, alternando leggerezza, aneddoti terrigni e fucilate, i fatti. Un fatto visto da un nuovo punto di vista: quello quotidiano di alcuni anonimi osservatori, delle persone che hanno dovuto vivere, loro malgrado, la guerra. Come la vecchia signora, "na bassetta analfabeta", che chiede se qualcuno le può leggere il cartelli "affittasi". Poi ci sono i bambini, i loro giochi, mentre si avvicina il 24 marzo del 1944. Non è un lavoro sulla Seconda Guerra Mondiale: è piuttosto la storia dell'Italia che si avvicina, parola dopo parola e data dopo data, alla tragedia.