Visto e sentito per voi: il concerto di Danilo Sacco a Sedico (BL)
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Martedì 09 Aprile 2019

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di Alessandro Carli

 

SEDICO (BL) – Nessun riferimento esplicito – e lui, sul palco del Palaskating di Sedico (BL) per una tappa del tour promozionale dell'album "Gardé", per correttezza e coerenza, non ha fatto alcun accenno alla sua "vita precedente" – ma nemmeno alcun dubbio, visto il concerto che ha donato con generosità al pubblico delle Dolomiti sabato 6 aprile: i Nomadi erano (o meglio, sono stati per 20 anni) Danilo Sacco mentre Danilo Sacco (foto Laura Michetti) è ancora oggi "nomade", ma al singolare (il suo secondo nome è "Kakuen", "polvere nel vento", aggiunto a quello di nascita dopo la sua conversione al Buddismo). Lo ha dimostrato per oltre 2 ore, chiarendo (senza mai dirlo) di voler rendere un omaggio anche a George Best, calciatore unico, maudit come i poeti francesi e forse di più: lui le liriche le scriveva con il pallone e se le portava soprattutto in giro di notte, non prima di aver donato perle di rara saggezza. Una su tutte, raccontata da Danilo tra un pezzo e un altro: dopo aver osato (ed esserci riuscito) un tunnel a Johan Cruijff, lo guardò e gli disse: "Tu sei il migliore al mondo solo perché io non ho abbastanza tempo".

Ma il "Tour" è anche - e naturalmente - un viaggio nella musica di Sacco che comprende, com'è giusto che sia, anche la grande parentesi – 20 anni, più o meno - con il gruppo di Augusto Da Olio e Beppe Carletti. Dalla lettura degli "striscioni" dei fan ai regali con tanto di bigliettino, passando per i pezzi gucciniani. Quindi "Auschwitz", "Dio è morto", "Canzone per un'amica" ma anche quelli più recenti, i suoi, quelli che "sente" più vicini: "New York 1911" (dedicata alla tragedia della fabbrica di Triangle), "Gardé" (dall'ultimo album da solista), "Amico mio", "Ciao vecchio amore mio" (per un amore finito), quelli del suo periodo assieme ai Nomadi, "Io voglio vivere" (che ha dedicato a L'Aquila, il suo paese di adozione) e "Sangue al cuore", resa più "lunga" dell'originale su "esortazione" del pubblico che continuato a intonarla anche quando era già finita (sempre che una canzone finisca...).

Danilo è nomade per vocazione: lo capisci dalla sua voce calda e vicina, da quella voce che è stata coltivata dagli accadimenti della vita, dall'energia che butta dentro al microfono – è un discorso di timbro, di emozioni, che si sono o non ci sono, l'arte non può essere ingannata, bellezza, o ti dà i brividi oppure è finzione e il suo pubblico lo sa bene, la sincerità è una dote, così come avvertire la verità in un acuto, il dolore nelle note basse, l'autenticità nelle storie raccontate -, dalle vibrazioni che arrivano sino all'ultima fila, e lì si fermano, come carezze, come fotografie date agli occhi – Danilo non canta, fotografa, e lo fa nel suo modo unico e bello di "fermare" gli attimi, non ci sono altre vie d'uscita, nella sua voce c'è esattamente questo, l'amore per il pubblico, il voler condividere le storie che sente dentro, che in qualche modo l'hanno toccato, e quella capacità di entrarti dentro anche se chiudi gli occhi.

Così "Io voglio vivere" diventa testamento – lui che ha rischiato di uscire dalle scene in anticipo – e "Sangue al cuore" il grido di chi ha deciso di aggrapparsi alla vita, la stessa che invece è evaporata nei campi di concentramento o lungo una strada impazzita. Alle volte succede che ci si accorga di quanto preziosa sia, specie quando ti viene negata. Alle volte succede, e quando accade, va ascoltata – e vissuta – sino all'ultimo istante.