Visto per voi: lo spettacolo teatrale “Malatesta” a Castel Sismondo
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Lunedì 22 Ottobre 2018

5-2-5

 

di Alessandro Carli

 

RIMINI - Poco importa se per la messa in scena della storia sia stato scelto un "taglio" shakespeariano, se vi siano alcuni respiri drammaturgici del meraviglioso "Enrico IV" di Pirandello e se vi sia infine anche un omaggio alle abrasioni poetiche di Sofia Coppola. "Malatesta", lo spettacolo itinerante che si sviluppa all'interno di Castel Sismondo (repliche sino al 27 ottobre), ha raggiunto l'obiettivo più importate, quello di far entrare i riminesi nella fortezza e di far conoscere la storia – o perlomeno una parte – dell'illustre concittadino, quel Sigismondo "raccontato" in età oramai avanzata, alla soglia cioè dei 50 anni.

Un'evocazione storica in forma teatrale, quella diretta e ideata da Gianluca Reggiani (impegnato anche nel ruolo del protagonista, qui nella foto di Fabio Gervasoni), che mette subito le cose in chiaro: il pubblico viene invitato al racconto di una follia (chiari i riferimenti, oltre al già citato "Enrico IV", anche alle "Memorie di Adriano" di Marguerite Yourcenar), alla rappresentazione odierna di un capitolo di storia italiana – lo scontro tra Sigismondo e Papa Paolo II (ben interpretato da Mirco Gennari) per il possedimento della città con in tentativo di Malatesta di ammazzare il Santo Padre – che pochi riminesi conoscono.

Alcuni accorgimenti scenici, più che drammaturgici, "piantano" la vicenda nell'anno 2000 o poco dopo: le musiche contemporanee, la "coppolata" di far indossare al personaggio di Camerino un paio di scarpa da ginnastica All Star per esempio, alienano il pubblico dal fatto storico, così come la scelta lessicale di far parlare i personaggi (e quindi, pirandellianamente, farli vivere: in questo caso Sigismondo quando racconta gli incontri con la moglie Isotta e con le altre donne) attingendo al parlato di oggi.

Ma è forse il luogo a "caratterizzare" – e quindi a dargli veridicità – l'azione di "Malatesta", il testo che Davide Brullo ha adattato dall'opera di Henry de Montherlant. Le stanze del Castello accolgono con precisione la pazzia delirante del Principe di Rimini: l'ordito piano del "figlio del fuoco" di ammazzare Paolo II dopo aver saputo che il Sommo Pontefice voleva inviare i suoi soldati a Rimini per proteggerlo dai Veneziani (e, in cambio, il Papa voleva dare a Sigismondo le città di Spoleto e Foligno), la prigione e la successiva grazia avuta grazie all'intercessione di Isotta (Tamara Balducci) e la morte, non per malattia come invece spiega la storia, bensì per avvelenamento.

Un viaggio lungo due ore senza intervallo (una buona mezzora poteva essere asciugata senza sporcare lo spettacolo) che, alla lunga, tende un po' a piegarsi sulle gambe, complice un abbassamento del "pathos". Così la scena finale, con Malatesta che beve due bicchieri di vino offerto dal "tirapiedi" e biografo di corte e poi crolla a terra, riporta gli spettatori ad alcune chiuse ad effetto che si incontrano nelle tragedie del Bardo, peccando quindi di originalità. Nulla di grave, ovviamente: tradurre significa tradire e portare a teatro una storia permette sempre un certo margine di soggettività nell'affrontare e realizzare un allestimento comunque compiuto e, in questo caso, anche convincente.