“La Natura e la Pazienza”: intervista alla cantautrice Chiara Raggi (in attesa del cd)
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Venerdì 09 Marzo 2018

Chiara Raggi

 

di Alessandro Carli

 

RIMINI – Affrontare un'intervista richiede metodo ma soprattutto una "scaletta" per arrampicarsi sino in cima (quando ci si arriva: dipende sempre da chi hai di fronte e da quello che l'intervistato ti racconta), senza "saltare" pericolosi pioli che rischiano, se non hai equilibrio, di farti scivolare giù. Parole quindi, e quindi domande, ma anche un'idea – chiara, anzi, Chiara – del vestito "grafico" che avrà l'articolo. Come un pittore ritrattista che parte dagli occhi per poi completare il quadro, anche al giornalista serve un punto di partenza. Per chi è pigro come me, basta una fotografia. Possibilmente bella, possibilmente che svolga il compito che spettano agli "occhi" del modello o della modella che posano davanti a chi li dipinge. Trovata lo scatto di Chiara Raggi – impegnata sabato 10 marzo sulle assi del Teatro degli Atti in un "primizia" del suo terzo album, "La natura e la pazienza", in uscita in autunno – diventa più fluido scrivere e raccogliere le sue risposte. Perché, ed è questa, forse, l'alchimia di chi fa arte, il risultato finale (nel suo caso il disco, per altri può essere una poesia, uno spettacolo teatrale o una fotografia) è la distillazione di un tempo più o meno lungo che si cela in quella zona di ombre e luci che non "esce" quasi mai nel lavoro finito. Trovata la foto, si può dare il la.

 

Dopo "Disordine" (il titolo del secondo album), un album dal titolo più lungo e più filosoficamente articolato, se non addirittura più ottimista....


"La 'Natura' e la 'pazienza' sono come due gocce d'acqua che si danno la mano. Rispetto al lavoro precedente ho fatto un bel salto. Ci sono arrivata dopo un grande momento di crisi: una notte mi sono svegliata, credo fossero le 3, con un'angoscia pazzesca. Ho iniziato a piangere, come fosse lo scontrino degli anni vissuti a investire energia e passione nella musica. Un profondo senso di stanchezza mi ha abbracciato. Oggi credo che quella notte sia stata molto importante per capire alcune cose: avevo una determinazione 'musicale' troppo superficiale. Ho capito che la musica non aveva bisogno di me ma solamente io di lei".

 

E' come nell'amore, qualche volta.


"Dovevo recuperare la purezza di quando, a 16 anni, ho iniziato a comporre i primi pezzi. Dovevo fare uscire le canzoni senza pormi troppe domande, come un flusso. Ho ritrovato forse casualmente un vecchio bigliettino su cui era riportata una frase di Cesare Pavese: 'E' bello vivere perché vivere è comunicare sempre e in ogni istante'. Così ho scritto 'Naturale', in poco meno di 40 minuti. Una Natura, per così dire, 'umana', che parla dell'importanza dell'imparare a conoscersi. La pazienza invece è intesa come virtù, come strumento importante per capire se stessi e gli altri. Dovevo indagare le sfumature, le tonalità di grigio, quelle che 'stanno' tra i tasti neri e quelli bianchi di un pianoforte. Questa canzone, per il significato che ha per me, è diventata una parte del titolo dell'album, che contiene nove tracce. Rispetto ai primi due lavori, 'La natura e la pazienza' è più 'maschile', è un cd che mi ha 'tirato fuori' alcune cose che non sapevo di avere dentro".

 

C'è un luogo particolare in cui le canzoni 'escono' con maggior facilità?


"Il divano di casa mia (ecco spiegata la foto, ndr). E' un nido nel nido, un luogo in cui mi accoccolo".

 

Prima di incontrarsi in una canzone, nascono prima le parole o la musica?


"Scrivo in tre modi. Alcune volte, ma sono rare, nasce prima il testo, che poi rivesto. Questa per me è la modalità più complessa a livello piscologico perché, avendo una sorta di 'rispetto' verso le parole, ho paura di non vestirlo adeguatamente. Altre volte invece arpeggio qualcosa alla chitarra e poi esce il testo. Poi ci sono i 'miracoli', come ad esempio 'Navigo a vista' e 'Mi ritroverai', che sono nati assieme. 'Mi ritroverai' è l'unica canzone d'amore dell'album".

 

E che sono la colonna vertebrale del nuovo lavoro...

 

"Il disco nasce da un lavoro corale fatto assieme alla band, Massimiliano Rocchetta (pianoforte, tastiere e arrangiamenti orchestrali), Piero Simoncini (basso elettrico e contrabbasso) e Michele Iaia (batteria). Abbiamo sperimentato molte strade prima di trovare quella definitiva. Una sera uno dei componenti della band mi ha chiesto se il disco mi piacesse. Gli ho risposto che ero felice del risultato perché mi rispecchiava. Per arrivare al 'vestito' abbiamo lavorato con grande amore e con grande rispetto. La musica ha una sua sacralità che va rispettata".