Visto per voi: lo spettacolo “Giuramenti” del Teatro Valdoca al Bonci di Cesena
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Martedì 18 Aprile 2017

 

di Alessandro Carli

 

CESENA – Empatico, struggente, tribale, mantrico. Il ritorno della Valdoca – la scorsa settimana al Bonci con "Giuramenti" – si è aperto con un'apparente anomalia (ma non per il pubblico di affezionati del teatro di ricerca, che già qualche anno fa nello stesso spazio avevano visto la platea "inaccessibile" per un lavoro della Socìetas Raffaello Sanzio: i posti "bassi" erano stata occupata da tanti conigli blu quando era stato allestito un episodio della "Tragedia endogonidia"), quella della prospettiva da cui assistere ai 90 minuti di mise en scene: dai palchetti. Una posizione "non orizzontale" quindi, oggi forse desueta, ma sicuramente funzionale all'accadimento poetico-corporeo raccontato e vissuto dai dodici giovani attori.

Tralasciando le storie lineari, quelle cioè che hanno un inizio, uno svolgimento e una fine, il regista Cesare Ronconi e la drammaturga Mariangela Gualtieri hanno affondato lo sguardo nella "primitività" della parola: quella cantata in cerchio, quella recitata a più voci (il coro greco, un "modus" dialettico che caratterizza quasi tutta la produzione del Teatro delle Albe), quella che si fa idioma straniero, quella che diventa azione del corpo, quella che, ossimoricamente, urla nel silenzio.

"Giuramenti" sfrutta tutta la spazialità di cui dispone il Bonci: il palco che diventa il ring di una caccia alla persona (bella, visivamente, l'azione a orologio: un'attrice, armata di asta, al centro e tutti intorno, a cerchio, gli animal_attori che si muovono, saltano, fanno le capriole), il boccascena che si trasforma in luogo della parola (intenso il monologo di Ondina Quadri, preso – forse – da "Antenata"), la platea, crocevia di strade e sacrifici (l'azione corale dell'attore sdraiato su una culla che recita in tedesco e che viene silenziato con un bacio è una perla). Spazi collegati, che comunicano tra di loro. Il tutto, cucito da una sontuosa regia, attenta e rigorosa, pe(n)sante ma mai pesante.

Frammenti di purissima, caratterizzante poetica valdochiana – un'attrice con la maschera da animale (uno dei segni di riconoscimento di quasi tutta la loro produzione) – intervallano la ricerca di elementi nuovi e allo stesso tempo lontani, quasi filologici: il contatto e il dialogo primordiale tra l'uomo e la natura, oggi quasi dimenticato e sopraffatto dalla tecnologia. L'invito che fa la compagnia cesenate al pubblico, alla fine, è questo: va riscoperto il movimento del corpo e della mente, l'incanto davanti alla parola detta e non scritta. "Giuramenti" non è quindi l'accorpamento di due opposti - "giura", "giurare", e "menti", "mentire" - bensì l'avvicinamento delle parole "giura" e "menti", viste però come luogo del pensare.