Teatro, visto per voi: “Macbeth”, ovvero il ritorno di “Brancialeone”
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Mercoledì 21 Dicembre 2016

 

di Teresio Troll

 

CATTOLICA - Il ritorno nel riminese, Franco Branciaroli, lo ha trovato alla Regina di Cattolica martedì 20 dicembre. Il ritorno a Shakespeare, quale amaro destino già annunciato nel novembre scorso al Novelli di Rimini. Il ritorno a "Macbeth", uno dei testi shakespeariani da lui più replicati. Prima dello spettacolo, nel ridotto del teatro, l'incontro con l'attore, l'actor ovvero, come dice lui, il coincidere tra ruolo e persona. Si parla subito di cosa significa fare l'attore: la scelta dei testi e dei ruoli; e da quelli impossibili come Don Juan, Don Chisciotte e Faust (e qui anche il cinema vanta clamorosi e puntualissimi crashdown) al teatro greco dove il personaggio è il testo e non l'attore. "La scelta cade su Shakespeare perché con lui nasce il teatro moderno, il personaggio; e allora la tua libertà (di attore)" - continua Branciaroli, "è una (quella) striscia bianca (ala bianca maestosa, a dispetto di Don Giovanni...) in cui si mette a vivere le sue cose... L'attore, questo mangiapane a tradimento, arlecchino e mignottone, buono a far nulla tutto il giorno, mangiare il pesce al ristorante al porto, il pisolino e infine lo spettacolo, magari dopo aver incontrato pubblico e studenti nel ridotto". Questo , sia ben chiaro, in Italia dove l'attore non è rispettato (vedi sopra) e dove non c'è il pubblico ma la 'gente'. C'è soluzione Brancia? "No, non c'è soluzione. O forse ce n'è una: bisognerebbe che lo Stato aumentasse i fondi, che ci fosse un ministero del Teatro e che questo nominasse i direttori di ogni singolo teatro". Invece tutto è diretto dalla politica che di teatro ne sa come di filosofia. E allora non c'è più repertorio ma 'il cartellone' dove si va dall'operetta al balletto russo di quarto ordine, dal teatro classico o moderno a Ale e Franz contro Maciste. In questo cartellone troviamo oggi anche il Macbeth di Branciaroli ed entriamo.

Prima scena: tristezza, ovvietà e fonemi. Tutti convinti che recitare sia 'recitare', ovvero mettersi in posa e passare dal mezzo tono alla cantilena e soprattutto, quando non si è capito un beneamato strumento di falegnameria, strillare. Poi, finalmente, arriva uno che parla e 'dice' il testo (è lui, Brancialeone) e il testo 'passa'.

La scenografia, pur già vista, è efficace ed alcune scelte sono di esperto effetto come il corpo di Macbeth decapitato dal sipario. Purtroppo il branco/attori è terribile. Dalla Lady Mac Violo che riesce a parlare anche mentre sviene a Mac Cardarelli Duff di cui non si capiscono metà delle parole. Ma soprattutto: cosa avete da urlare? Si salva l'unico che non parla, questa bella idea dell'ombra che accompagna il delirio di Macbeth dall'inizio alla fine e si salva 'quello che parla e dice' ironico e scanzonato, perché la tragedia ormai non tiene più. Tutto casca, i tempi sono lunghi e la grande verità è che la storia non è più quella di allora. Mac è il figlio del suo secolo e non regge più. Molto meglio Amleto-Bernhard (sperando che ritorni a questo teatro). Perché è intelligente, perché è un fallimento drammaturgico, perché "è un pezzo di carne urlante". Come Brancialeone.

 

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