Copenhagen, si tenta miracolo in extremis
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Venerdì 18 Dicembre 2009

A Copenhagen è il giorno decisivo. Un accordo serio e impegnativo per tutti i paesi, che tenga conto delle esigenze delle economie emergenti e che sia vincolante per i maggiori produttori di CO2 (Usa e Cina in primis) è l’obiettivo da raggiungere a tutti i costi. Ma oggettivamente c’è poco da sperare. Oggi è anche il giorno di Barack Obama, arrivato per ultimo (come è giusto che sia per la ‘star’ di questo summit), che ha catalizzato l’attenzione di tutto il mondo con la sue dichiarazioni.

 

IN CORSO RIUNIONI PER SALVARE INTESA IN EXTREMIS
La sessione plenaria informale della Conferenza Onu di Copenaghen sul clima è stata chiusa dalla presidenza danese, dopo una lunga serie di interventi di capi di Stato e di governo, compreso quello del presidente Usa Obama, che però non hanno aggiunto nulla a quanto già si sapeva e non hanno offerto nulla di più, salvo i loro appelli verbali a cogliere l'occasione storica e non far fallire il vertice. Insomma, molti, a cominciare da Obama, hanno ripetuto che non è più l'ora delle parole e che è il momento di passare ai fatti, ma nessuno è poi davvero andato al di là delle parole. L'ultima e conclusiva sessione plenaria formale, riprenderà nel pomeriggio, ma la presidente di seduta, il ministro danese (e futuro commissario Ue al Clima) Connie Hedegaard non ha precisato l'orario, che verrà comunicato più tardi sui monitor del Bella Center. Questo perché, in realtà, non si sa quando finirà l'estremo tentativo di salvare il vertice sul clima, condotto in una nuova riunione informale ristretta dei protagonisti principali del negoziato: la terza dopo quella della notte scorsa e quella di stamattina. La nuova riunione è cominciata intorno alle 15.
Dal gruppo informale ristretto stamattina era uscita una bozza di documento di tre pagine, intitolato pudicamente 'Outline' ('Linee generali') ed elaborata dagli sherpa delle delegazioni, che però non specifica le cifre dei tagli alle emissioni complessivi dei paesi industrializzati, limitandosi a indicare con una 'X' l'obiettivo da conseguire nel 2020 rispetto al 1990 (secondo il metodo dell'Ue) e con una 'Y' quello riferito al 2005 (secondo i termini usati negli Usa). Il documento, che darebbe una sorta di 'direzione politica' al negoziato, nelle intenzioni dovrebbe essere approvato dal gruppo ristretto (magari dopo aver subito modifiche anche profonde), per essere poi proposto alla plenaria per l'approvazione. Ma restano sempre tre nodi da sciogliere: la quantificazione degli obiettivi di riduzione delle emissioni dei paesi sviluppati (che sono ancora insufficienti) e almeno un impegno per contenere le emissioni dei paesi in via di sviluppo; le cifre esatte degli impegni finanziari dei paesi ricchi nei confronti dei paesi in via di sviluppo; e soprattutto il problema della cosiddetta 'trasparenza', ovvero la definizione dei meccanismi di controllo, monitoraggio e verifica internazionali sia del modo in cui saranno usati i finanziamenti che dell'effettivo conseguimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni. Il problema della trasparenza si sta rivelando come quello più duro da risolvere, e sta bloccando tutti gli altri. Per gli americani è assolutamente irrinunciabile che tutto il sistema che sarà messo in piedi dai nuovi trattato internazionale sul clima sia basato su dati verificabili, comparabili e sottoposti al controllo internazionale; altrimenti, hanno detto chiaramente sia il presidente Obama che il Segretario di Stato Hillary Clinton, Washington non aprirà i cordoni della borsa. I cinesi, invece, considerano qualunque controllo internazionale come una violazione della loro sovranità nazionale. E solo un accordo fra i leader dei due maggiori paesi responsabili delle emissioni globali potrà sbloccare la Conferenza Onu e spianare la strada verso un accordo a Copenaghen.

 

LA BOZZA PROVVISORIA
L’ipotesi d’accordo prevede che l’aumento della temperatura globale del pianeta non debba superare gli ormai fatidici 2 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali (di solito il riferimento è all’anno 1990). Altro punto di concordia è quello dell’aiuto ai Paesi poveri cui sarà destinato un budget di 100 miliardi di dollari entro il 2020 per dotarsi tecnologie pulite e far fronte ai mutamenti climatici provocati dal global warming.
Ma se l’atmosfera, e non solo quella, si riscalda, succede a causa delle emissioni di gas serra, che quindi rimangono il nodo principale della questione.
Ma su questo ancora non si è arrivati ad un punto comune. Silenzio quindi sul problema più scottante che coinvolge di più gli stati ricchi ed industrializzati e quelli che inquinano maggiormente. Si dovrebbero prevedere la quantità dei tagli, delle date entro cui questi livelli debbano essere raggiunti, sanzioni per chi non rispetta questa procedura e un’autorità vera con poteri veri che sia in grado di far rispettare le suddette regole e abbia un effettivo potere per imporre sanzioni.

 

COPENHAGEN FALLISCE PERCHE’ L’INDUSTRIA NON E’ COINVOLTA
"Se l'industria non viene coinvolta, avremo solo politici che fissano obiettivi irrealizzabili, irraggiungibili e di per sé privi di contenuto". Lo ha affermato l'a.d. di Enel, Fulvio Conti, nel corso di un convegno nell'ambito dell'iniziativa "Incredibile Enel" parlando del summit di Copenhagen sul clima. "E' un possibile fallimento anche se non so se in extremis si arriverà ad un qualche accordo" ha aggiunto Conti, spiegando che "fallisce perché è fatto senza chi opera, perché ancora una volta la politica si riunisce fine a sé stessa con posizioni ideologiche e contrapposizioni di sistema". Secondo Conti "è il momento di chiedere alla politica non dico di fare un passo indietro, ma di coinvolgere l'industria come motore di questo processo".

 

GREENPEACE: OBAMA RISCHIA DI UCCIDERE COPENHAGEN

"Il mondo si aspettava dal Presidente un discorso di speranza, nello spirito dello slogan pre-elettorale 'Yes We Can'. Il senso di quello a cui abbiamo assistito è stato invece: conoscete l'impegno americano, sta a voi prendere o lasciare. Obama può ancora salvare i negoziati decidendo di migliorare l'impegno americano per la riduzione delle emissioni, ora fermo a un misero 4 per cento al 2020. Se invece le cose rimangono così come sono, vorrà dire che il Presidente ha attraversato l'oceano per dire al mondo che gli Stati Uniti non hanno nulla di nuovo da offrire". E' quanto afferma Phil Radford, Direttore Esecutivo di Greenpeace Usa che commenta a nome dell'intera organizzazione il discorso di stamattina del Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, a Copenhagen. "Non avendo offerto alcun impegno migliorativo per nuovi tagli alle emissioni - ha aggiunto - Obama mostra di non badare alle indicazioni della scienza e di non avere a cuore il destino delle future vittime dei cambiamenti climatici, sia negli Stati Uniti che all'estero. Ora il Presidente rischia davvero di essere indicato come l'uomo che ha ucciso Copenhagen. Obama ha detto che tutte le 'parti' devono fare passi avanti, ma non ne ha offerto alcuno. Ha affermato che i decenni di contrapposizione tra paesi ricchi e poveri devono avere fine, ma la sua visione di un accordo lancerà il mondo verso un aumento della temperatura di +3°C che cancellerà molte isole del Pacifico e avrà ripercussioni devastanti per l'Africa" conclude Radford". Sempre da Copenhagen, il direttore delle campagne di Greenpeace Italia, Alessandro Giannì aggiunge, commentando una nota del ministro Stefania Prestigiacomo: "Ci dispiace che il ministro Prestigiacomo si sia rattristata per la nostra critica alla posizione italiana. Ma non ricordiamo nessuna seria iniziativa del suo ministero che contraddica quello che stiamo sostenendo: e cioé che sugli obiettivi di riduzione - oggi come un anno fa - l'Italia gioca una posizione di freno rispetto ai maggiori Paesi europei".